poema
Lascio che i giorni capitolino,
perdo chimere lungo il filo del tempo,
e sotto il silenzio pregno di rumore,
arricciano l'aria i pensieri.
Tacciono i sensi -
perdute le mie iniziazioni alle cose,
giaccio, assonnata come il granito.
Dal profondo degli occhi,
sento la luce viva
sgorgante dal fianco della terra;
mi riannodo all'orlo del respiro del mondo,
prima che sospiri la vita nelle sue eterne acque.
Sulla collina del fiato,
sento chiaro il battito timido dei fiori e delle allodole.
Ebbene, trovo il mio cuore smussato,
liscio lapislazzuli
ed i miei monti sono sabbie sottili,
i pini perenni, riccioli d'aria:
le prime tempeste sbocciano i cieli, la stagione è un avello.
Qui tra le ombre sono giaciuta, re dei Tramonti,
ora ho, nei germogli, scordato il mio nome primigenio.
Lontano scintilla il flustro delle stelle,
cammino, cammino, sulla riva del sogno,
m'abbevero alla fonte nascente
O lampo, rapisci il mio occhio !

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