novelle: il tumulo
Il reverendo Robert Kirik, nacque nel dicembre del 1644 e, si mormora morto, sebbene per molti ancora vivo nel mondo degli spiriti, nel 1692. Il reverendo Kirk, uomo di fede, e studioso di folclore scozzese, purtroppo, scomparve prima di poter pubblicare la sua celebre opera “The Secret Commonwealth or an Essay on the Nature and Actions of the Subterranean (and for the most part) Invisible People heretofore going under the names of Fauns and Fairies, or the similar, among the Low Country Scots as described by those who have second sight, 1691”,o più comunemente, The Secret Commonwealth, dove svelava le abitudini e le caratteristiche dell’indigeno popolo britannico delle Fate. La natura della morte del reverendo è stata oggetto di mistero e confusione per concittadini e non. Lo studioso di studi e folklore scozzese Stewart Sanderson (1924-2016) riferisce che Kirk
“aveva l'abitudine di fare un giro in camicia da notte nelle sere d'estate sulla collina delle fate accanto alla casa, per prendere una boccata d'aria fresca prima di ritirarsi a letto: e una sera del 1692 - il 14 maggio - il suo corpo fu trovato disteso, apparentemente morto, sulla collina”
La collina in questione era Doon Hill, dove ancora ci sono resti del periodo Neolitico, e che i locali, al tempo di Kirk, consideravano fatato. La connessione fu presto fatta: l’anima del reverendo doveva essere stata rubata dalle fate, lasciando il corpo morto là, sulla collina, mentre lui, viveva la sua nuova lunga vita, tra gli spiriti del mondo dall’altra parte. Agli studiosi moderni è chiara la somiglianza tra la leggenda della morte di Kirk e quella germanica di Dietrich von Bern, personaggio dell’alto e tardo medioevo tedesco, che ebbe la sfortuna d’esser rapito da un nano alla sua morte, ma, per far finire la storia in lieto fine, riuscì a convertire i nani al cristianesimo. Secondo gli studiosi, entrambe condividono un tema comune ai culti degli spiriti ancestrali, dove possiamo individuare anche la radice nordica del nome della razza elfica, nel corrispettivo linguistico di “padri di tutti”: i defunti vengono portati nel paese delle fate.
La mattina sospirava di nebbia, come uno spirito stanco. Sebbene le stelle stessero ancora danzando tra le nubi, giocando a nascondino nel loro vuoto regno, noi stavamo, sotto ai loro volti ridenti, camminando da almeno una buona mezz’ora. Eravamo in due, ovviamente. Thewley ed io, come sempre, con lo zainetto sulle spalle, come sempre. No, dico una menzogna. Difatti, ora ricordo bene, eravamo in tre, Thewley, io, ed una gioia segreta, che quasi usciva dalla sua tana nella cavità dei nostri polmoni, e minacciava d’uscire nel silenzio tintinnante d’astri, sotto forma d’una troppo poco sussurrata risata.
Gli steli fremevano piano, umettando con il loro leggero tocco pungente il bordo dei nostri pantaloni. Covavo un sonno placido.
Ci facevamo largo nella piana, traspirante di bruma lunare, verso la collina che s’allungava nel bosco verso il cielo. Guardai il mio compagno di viaggio, Thewley, i cui familiari capelli dal colore impreciso al buio ora sembravano una massa scura ed informe, ma sapevo che presto m’avrebbero mentito e avrebbero tentato d’illuminarsi di biondiccio. Sorrisi, guardandolo; dove sarei stato senza Thewley? Probabilmente sepolto sotto alla mia scrivania, gli occhi persi nel nulla, nascondendomi dai doveri che m’ero imposto da solo. O forse sarei stato in una macchia in una piega del lenzuolo. In un modo o nell’altro, l’accidia del vuoto m’avrebbe avvolto nel suo pesante lenzuolo, e m’avrebbe cullato in un grande silenzio. “Non preoccuparti, manca poco”, rispose al mio tacere Thewley, “stanco, eh? Vuoi andare già a dormrie? Non eri più abituato”. Io annuì, a tutto. Il sentiero invisibile che Thewley seguiva mi pareva fatto d’onde, cambiando andatura non appena le gambe s’adattavano ad una salita o ad una discesa. “Ci siamo quasi” mi disse, il fiato tradendolo un poco “ricordo queste rocce”,parlava d’un mucchietto sparso di pietre, appiattitesi sotto il peso del cielo. “Siamo vicini al boschetto, vedrai” annuì “ti piacerà, ti farà bene”, mi batté un palmo sul petto “al cuore”. Sospirai nuovamente. Lo ammetto, ero scettico allora, ed ogni cosa mi pareva come opaca e liquida, un ruscello secco davanti alla mia voglia, e nessuna corrente pareva riuscire a trascinare via la mia attenzione, che preferiva il cuscino della piccola morte del sonno. Ma Thewley sapeva che mi era impossibile non seguirlo, mi era naturale passeggiare intorno ai suoi occhi ridenti, ed ora, con tutto il mio sonno senza confini, le mie resistenze gli parevano ammansite, e forse un poco scordate. E parendo così a lui, pareva così a me, e docile copiavo i suoi passi.
Il boschetto era, lo scrigno della nostra felicità segreta, ma, quando affiancati nel percorso, manifesta. Difatti Thewley aveva trovato, lui sosteneva per caso, ma io sospettavo che fosse andato là ben sperando di trovar un gioiello, durante una passeggiata con la figlioletta Olivia, un tumulo che, a suo dire, gli era parso proprio simile all’esterno a quello di Bryn Celli Ddu. M’aveva detto che, nella fretta di portarmici, s’era riservato il piacere di gustarlo, e dunque non gli aveva dato nulla se non un’occhiata veloce, ma aveva visto al suo interno, diversamente dalla maggioranza dei tumuli con tomba a galleria, un buco, che portava, secondo la sua speranzosa fantasia, ad un tumulo più basso e chiuso, che sorgeva, timido e verde di muschio, qualche metro più in là.
No, non era un caso se un tumulo nei boschi, intonso e segreto, era riuscito a strapparmi per un giorno dalle lunghe dita dell’immobile vuoto. Thewley ed io eravamo, nella mia memoria, sempre stati alla ricerca. Il desiderio d’esser i primi a trovar, chissà che cosa, c’aveva animato dal primo momento in cui ci incontrammo, che ora è un ricordo quasi inesistente, ma che c’era stato. Era avvenuto, di certo. Il ricordo del nostro rovistare mi pare giungere dagli inizi dell’universo, soffocato dalla luce e dalle nebbie dell’origine del mondo. Sì, era certo che c’era sempre stata, tesa tra noi, un’invisibile volontà d’oltre, che pareva inafferrabile, e che ci catturava nella sua ombra, là, tra le vette delle brame. Negli anfratti dei cassetti, possedevo varie foto di due bambini, uno biondiccio e l’altro già stanco, che tenevano tra le mani certificati e tesori di caramelle, d’innumerevoli cacce al tesoro. Non bastava, e non sarebbe mai bastato. Dapprima, cademmo nella trappola piratesca, ovviamente. Ma non durò a lungo, perché arrivarono, come rovinosi guerrieri della Caccia Selvaggia di Arawn, i miti. Qui, nella terra degli eroi e delle fate, è impossibile sfuggire dalle canzoni, dalle ballate, da Sogno d’una notte di mezza estate e da nomi dimenticati, e così, la speranza di una scoperta squisitamente mitologica, iniziò a punzecchiare le nostre menti. Chi non vorrebbe essere Schleimann britannico, e trovar Camelot, al posto di Ilio?
Così iniziò una febbre incontenibile, che nel mio caso si consumò in una scelta universitaria mai portata a termine, e per Thewley con la scusa di lasciar lei una sana cultura del proprio mondo, portar la piccola Olivia in luoghi misteriosi e fatati, o meglio, ogni castello inglese. Ma questa scoperta era per noi.
Forse, ci dicevamo nel segreto dei nostri cuori, avevamo trovato il nostro tesoro, anche se di pietra e muschio.
Attraversammo la nebbia, che iniziava a fuggire su piedi leggeri. Ci inzuppò capelli e cappotti, tastandoci diligentemente con le sue dita umide, e cedette il passo, e là, dietro alla sua fresca tenda, come mai fosse stato in quelle terre, e fosse sorto solo dopo aver varcato le porte del mattino, il boschetto, dove il selvaggio si raggruma, tra l’ovvio e l’assurdo, dove i maghi divengono folli. Un'immensa nausea mi colse, e il mio stomaco mi fece sudare, ma quando i miei occhi tornarono a vedere con gli occhi del corpo e non a guardare con quelli degli sciocchi , vidi che il boschetto era buono e pareva la casa d’una fata, dolce e argentata: sorgeva, su una collinetta, agghindatosi con la luna argentata e le stelle, che annegavano nei boccioli di viole e rose del’alba. Questa si stiracchiava languida sulla punte dei pini tremanti, che s’alzavano in punta dei piedi, per carezzarla un attimo. Sbadigliava il mondo, e trillava soddisfatto del sonno, come mai io avevo fatto, e una profonda gelosia per la vita mi colse. Dietro di noi, la nebbia rotolava via in luminosa rugiada, che le fate bevono dalle tazze fiorite dei campi; gli uccelli filavano le ultime note dai rami nascosti.
L’odore umido ed appuntito, degli aghi di pino, si apriva in germogli di brezza. Thewley rise, preso da una grande allegria, e quando m’afferrò le spalle per farmi ondeggiare al ritmo della sua effervescenza, i suoi occhi slavati e chiari brillavano come gelsomini appena svegliati, e non potei far a meno d’esser sollevato dalla sua uguale allegria, e gli strinsi il braccio, per dirgli, son silente, ma vivo, sì, vivo. Umido d’esistere, e leggero, il boschetto pareva una ninfa che si donava a noi, e noi, con uno sguardo che baciava ogni scorza d’albero, divenivamo padroni d’ogni cosa ed ogni dove, unici ed inconstrastati tra le felci, le campanule e la belladonna occultata.
Che trionfo sconosciuto avviene all'ombra della mattina! M’ero dimenticato del brillare del muschio, delle bacche proibite e nere di succo, del cantar delle frange arboree! Rapiti dall’euforia, vagammo a vuoto per un po’ di tempo, finché stanchi non ci sedemmo sotto ad una pallida betulla che pareva osservarci con i suoi innumerevoli occhi legnosi. “Te lo giuro, so dove sia” protestò Thewley, passando le dita tra i capelli biondicci, “davvero, era lì,” mi disse, gesticolando ovunque “ o là, o verso quel bivio, e poi, verso nord, o verso sud..” guardando la mia faccia si rese conto di come doveva suonare il suo lamentare e mi lanciò una manciata da aghi di pino. Sbuffai e ridacchiai, nel togliermi gli aghi di dosso vidi che il mio scarponcino era slacciato. M’inchinai, e Thewley quasi lanciò un grido.
“Era qua!” si battè la mano sulla fronte e mi scosse, quasi facendomi perdere l’equilibrio mentre ero chinato. Non lo guardai, per un attimo. Era troppo presto per trovare qualcosa, mi dissi. Volevo rimanere un altro po' nel mondo. Poggiai la mano sulle foglie umide che diventavano piano terreno, mescolandosi tra loro, e sognai per un secondo d’esser sepolto dalla loro fredda morbidezza, come foglia nell’orlo della terra io stesso.
“Doveva ascoltarci allora, ridendo di noi” risposi sollevandomi, con malinconia per il terreno. Mi voltai. Thewley m’aveva detto che assomigliava a Bryn Celli Ddu, ma non ero sicuro di quella descrizione. Non era morbido e largo come la tomba di Anglesey, ma mi appariva più come un tumulo etrusco per un granello infinitesimale. La sua definizione era tondeggiante e verde; l’entrata vuota e scura: una serratura che pregasse per una giusta chiave, sepolta nella collinetta del boschetto, e la taglia, piccola e concentrata. Sul suo guscio era tempestato di piccoli fiori gemmati dai colori dolci, e qualche felce s’era arrampicata vicino all’entrata. Poco più in là sorgeva, più dolce e piccolo, un altro tumulo forse, sformato, con un singolo minuscolo anfratto tra due pietre, che conduceva a qualche tana di ragno. Il drago del nostro tesoro, pensai, e sorrisi a fatica.
“Eppure, ne sono certo, prima non c’era” mormorava come in un sogno Thewley, “Non è vero? Prima non c’era!”
“Eravamo distratti”, replicai “sicuramente l’abbiamo scambiato per qualche roccia coperta di muschio.” Mi morsi la lingua, vergognandomi della menzogna. Bugiardo ! Come potevo pensare di ingannarmi d’averlo scambiato? Come potevo non averlo notato? Era bello. Era bello, perché era antico come il mondo, ed era qua, tra uomo e natura, tra vivi e morti sotto la sua polvere, ancora fumante di campanelli di vita. Formava uno strano campo, quasi magnetico, e mi trovai sull’orlo del tumulo, Thewley al mio fianco. Ancora adesso mi sento mormorare, “Che strano! Avrei potuto giurare che non m’ero mosso!”, ma è un ricordo lontano.
Mi ricordo però, che mi voltai verso il bosco. Verso i funghi che circondavano il bordo della tomba antica, verso i fiori brillanti di mattino, verso i canti persi tra le pigne, e la brezza che portava via la vita, chissà dove, oltre i pini ed i cipressi. Le felci arrotolate, un’ape solitaria che vibrava l’aria, salutavano, e sorridevano, come un incoraggiamento. Addio, vita, mormoravano, addio, cammina per un poco, nei regni della morte. Una lucertola verde fuggì dall’ingresso del tumulo, e sorrisi. I vivi erano riusciti già a conquistare questo piccolo cimitero.
Thewley tirò fuori la sua torcia, ed avanzò, ed io, obbediente, lo seguii. All’interno, i muri freddi e il basso tetto assumevano una forma trapezoidale. Il muschio s’era infilato all’interno, rendendo il nostro passo gentile, per non disturbare i dormienti. Sì, dormienti li pensavo, ed ancora li penso, come me, prima del bosco. Una semplice ragione per cui mi prese una forte ansia nello stomaco, per il dispiacere che mi avrebbe dato svegliarli così, senza dolci parole. Il silenzio dei morti che eran stati sepolti qua incomprensibili anni prima, respirava della speranza che quell’utero di terra li riportasse nuovamente tra i vivi, ed io, ci credevo, per una follia atavica, in quel momento. Forse, immaginavo nella mia fantasia, una grande acqua sarebbe passata tra le pietre, e la roccia si sarebbe mossa come una donna nel dolore del parto, e uno alla volta i morti sarebbero usciti fuori, nuovi, lacrimanti, gentili, e vivi, come bambini.
La gioia è una forma di follia, e noi, ora vedo, eravamo folli in quel momento, ubriachi ed elettrici. Tutto ci pareva costruito per noi, unici. Scoprimmo che il tumulo aveva diverse stanze, tutte estremamente piccole. Nonostante l’angusta strettezza del nostro, sì, nostro, tumulo, era evidente, ci dicemmo, che la struttura assomigliasse a quella della South Long Barrow nel Wiltshire, che avevamo visitato più e più volte insieme. L’unica differenza era il buco, tristemente mal coperto, nella stanza più lontana. Il fatto che i due tumuli fossero così simili fece sospettare ad entrambi che anche questo avesse un discreto numero di resti umani. Nel mio petto quasi sorrisi, lo sapevo! mi dicevo, lo sapevo, li avevo sentiti dormire, così come io dormivo, senza giorno e notte, quando Thewley non ronzava all’orlo del mio letto per strapparmi dall’eternità e restituirmi al tempo. Ma quando Thewley illuminando una delle stanzette s’infilò dentro, e si chinò, ed inziò a grattare la terra fredda, umida e vecchia, mi sentii scivolare via.
“Che fai?” sussurrai con orrore, avvicinandomi piano, respirando l’aria ammuffita d’incenso antico. “Voglio trovare qualcuno” rispose Thewley, e qualcosa di dorato brillò sotto la terra. Il nostro respiro scomparve per un secondo. “Non disturbare i morti”, gli dissi, afferrandogli la mano e cercando di rimettere la terra al proprio posto. Ecco, pensavo, dormi tranquillo, non ti curare di questo folle, ecco la tua coperta.
“Non lo sto disturbando, lo sto trovando” replicò nuovamente Thewley, “altrimenti tutti gli archeologi non sarebbero altro che dissacratori di tombe, ladri e negromanti. E ti ricordo che tu stavi prendendo una laurea proprio in quello”, e rise. La risata pareva corta là, in quel minuscolo posto d’aria morta. Lo stava trovando, certo, come trovava me, come mi portava per svegliare il mio sonno infinito. Sì, era vero, un tempo anche io volevo trovare tesori, e quella follia mi aveva catturato quella mattina, contagiata dalla sua presenza, ma ora, mi pareva d’essere io il dormiente. “ti prego, basta, lascialo riposare” mormorai, ma Thewley, curiosamente, smosse nuovamente la terra. L’osso era un osso solitario, e non legato a qualche mano, che sicuramente era là sotto, e piangeva la perdita del proprio pezzetto. Thewley sfilò gentilmente l’anellino, una cosina piatta, pestata e dorata, con delle linee in rilievo, leggere. Se ne trovavano spesso di gioielli di questo genere vicino ai tumuli. Spesso sorgevano solitari, scintillanti tra le erbe, vittime innocenti dei tremori invisibili della terra. Si diceva, soprattutto tra gli anziani e nelle leggende più antiche, che appartenessero alle fate, che perdevano i loro preziosi manufatti nelle loro instancabili danze notturne, prima di ritirarsi in Altromondo, e metterli portava sfortuna, o incredibile fortuna, o entrambe, a seconda del fatto se le fate appartenessero alla corte Felice o Infelice. Thewley provò ad infilarlo, ma non entrava. I nostri antenati erano di certo troppo piccoli rispetto a noi. “Starà ad Olivia” disse, facendo le spallucce.
“Forse dovremmo lasciarlo qui”, risposi “per quando chiameremo gli archeologi”. Thewley sbuffò, uscendo fuori dalla piccola stanza, ma rimanendo all’orlo dell’ingresso “Sarebbe sciocco se finalmente trovassimo il nostro tesoro e tu dovessi donarlo tutto ad altri no?”.
“Lo troviamo per trovarlo” lo corressi io, “trovarlo è il punto, se lo teniamo tutto noi, nessuno potrà dire che l’abbiamo trovato, e ricordare che lo hanno grazie a noi” .
“Nessuno lo ricorderà” scosse la testa Thewley. “dai usciamo fuori a prendere aria, che qua si soffoca”. Ricordo che lo seguii fuori dalla stanza, docile come sempre, ma qualcosa alla base del petto sentivo, era pesante. No, non ero d’accordo. Sì, ci avrebbero ricordato. Lo guardai appoggiarsi al pietroso stipite del tumulo, la luce del mattino rendeva netto il colore biondiccio dei suoi capelli, illuminandoli, vivo, tra i vivi, che solo amano vivere, e non possono sognare come i morti ciò che pensano i vivi, svegli di sole. Brillava come lui d’oro l’anellino, gareggiando con il mattino, brillava più di quanto avessi mai visto fare l’oro, brillava di luce propria, come la testa d’un dio pagano. Mi dissi, doveva esser stato davvero bello quando ancora era nel pugno vivo di qualcuno che parlava una lingua troppo antica.
Distratto da questi pensieri, ero indeciso se seguire Thewley fuori o meno, e lo vidi metter un piede sull’erba, ma non appena lo fece, lo sentimmo.
Era chiaro, e fresco e certo, e pareva provenire dall’intestino terrestre, come la voce d’una principessa dei miti dell’alba del mondo, era il tintinnio d’un campanello. Thewley si girò, bianco, come se avesse fatto lo sgambetto alla morte, e l’anellino cadde nell’erba. “Hai sentito?”, mi chiese tremante. Annuii, e non osai chiedergli perché in quel momento si fosse spaventato così tanto, anche perché mi trovai a sorridere, con grande gioia che palpitava leggera ma vera nel cuore. Il suono m’era parso quasi come una promessa di tepore. Del resto, la sorpresa aveva afferrato i miei polmoni così svelta che mi parve naturale la reazione pallida ma istintiva del mio amico. “Non veniva da fuori” mormorai, quasi speranzoso.
“Era un campanello” rispose lui, ancora tremante.
Mi guardai intorno. “Sì, suonava come un campanello” sospirai, i miei occhi scivolando verso l’ultima stanza, che nella South Long Barrow avrebbe potuto corrispondere alla testa dell’uomo stilizzato che si pensava rappresentasse, e la botola mal chiusa. La torcia illuminava come il bianco fantasma della luna piena la botola, che mi pareva un desiderio. “Andiamo” mormorai.
“Via?” Thewley tentennò. Gli lanciai un’occhiata. Volevo dirgli, ah, tu puoi rubare ai morti ed io non posso invece ammirarli, non posso cullarli con me nel sonno?, ma non dissi niente, entrai nella stanza. Le pareti avevano un leggero ricordo d’un pigmento rossastro, vicino al buco c’era una sorta di piantina del tumulo, più chiara rispetto alla parete. Mi ricordava un uomo capovolto. Mentre subconsciamente tendevo la mano per sfiorarlo, pensando con soddisfazione ad una conferma dei vasi funerari al contrario dell’età del bronzo ritrovati in Inghilterra, mi fermai. Sentivo nel mio cuore che la morte strisciava lungo le pareti: eppure, questo era un cimitero votato alla rinascita, che faceva qui morte ? Mi voltai, per dirle qualcosa, tra la supplica e la preghiera, ma vidi solo Thewley che illuminava il buco con la torcia.
Inspirai l’aria del tumulo allora, che era corta, e umida, e secca, e decomposta, e la testa iniziò a girarmi, e girare, girare come un satellite, intorno ad una crescente euforia che nemmeno sapevo di poter produrre, no, girare, sì, girare, come un fuso d’una strega, che vedevo scorrere in un torrente, filato con i sottili fili argentei della speranza, sì, la speranza, e mi venne da ridere, ridere in una follia, e pensai, verrò ricordato, sì, grazie a questo tesoro. Pensai, alla laurea in archeologia che non ero ancora riuscito a prendere, fossile che arrancava, solidificatomi sotto la pressione del fango della mia eterna stanchezza, ma ora, ora mi sentivo sbocciare come un Ato Titanio, dopo dieci anni di sonno. Il mio fiume roboava, e mi sospingeva, annegandomi, sostenendo al mio cuore, che tutto, grazie al tumulo, sarebbe andato per il meglio, e che m’ero destato, sì, ero sveglio ! potevo finire tutto quello che m’era parso enorme come la sagoma d’un dio del nulla, e avrei finito i progetti, e i piani, e avrei fatto la tesi su questo tesoro, si! mi trovai a stringermi le mani, smanioso di fare. La furia che m’inondava, iniziava a straripare in una grande confusione ed in sudore. Iniziai a pensare che questo piccolo tumolo doveva trattarsi della tomba di qualcuno d’importante, no, fondamentale, mi dissi, la persona più importante della mia esistenza, che m’ha destato, ed ora mi dona la vita sul suo palmo bianco d’osso. Sì, qualcuno d’importante, che doveva rinascere in queste pareti rosse di parto, e dunque, il buco, era la sua tomba. Ed il suono che c’aveva guidato qui, e tramortito gli animi.., mi voltai verso Thewley che aveva aperto di più la botola, rivelando una taglia solo un poco più stretta di noi, e una serie di lisci gradoni, grossi e smussati, con piccoli tondeggianti buchi, per mettere offerte, mi dissi, certo. “Il campanello” mormorai piano “sono certo che era nulla di grave”, ed allora non seppi il perché di quelle parole, ma ora so. “Dev’essere di certo caduto qualcosa, vedi, credo che questa fosse una tomba importante. Non credi? Immagina quell’anellino che hai preso per Olivia ! Se quella luce del mattino era qui sopra, immagina là sotto !”
“Pensavo non volessi disturbare i morti”
“Non sto parlando di derubare chiunque sia lì sotto. Solo di andare a vedere, non c’è nulla di male..” mi fermai, prima di dire che desideravo dare al defunto compagnia. “Magari porta all’altro tumulo” aggiunsi, tentando di pizzicare le corde della curiosità di Thewley “Pensaci, sarebbe un caso unico tra i tumuli britannici. Sarebbe una scoperta ben più grande dei tumuli cavi. E saremo noi a scoprirla!” Mi sentivo bruciare e galleggiare, febbricitante, e mi portai per sicurezza la mano più volte alla fronte. Ero sotto incantamento, immaginavo già il mio nome sulla ricerca, sulle notizie, io ed il tumulo, il tumulo ed io, e Thewley, ovviamente. Doveva essere la tomba di un grande guerriero, o di un re, o regina, o principessa, mi dicevo, cercando di immaginare prima le spade su i fianchi, imponenti stazze, e femminili fianchi, ma ogni immagine si tramutava in guance glabre e soffici, e vestiti leggeri, come se un fantasma mescolasse i pensieri della mente e dipingesse le sue proprie fantasie. Dovevo trovare quel dormiente. Dovevo, mi dissi. E iniziai a sentirmi soddisfatto quando vidi che anche Thewley pareva smanioso quanto me, tanto che mi trovai a reggermi al suo braccio mentre per primo mi guidava per i gradoni, scivolando giù, verso il silenzio.
La distanza tra l’angolo di gradini ed il muro freddo si faceva sempre più stretto, ma il fuoco liquido che ci corrodeva le carni, bruciando sotto alla pelle, pareva render anche un pertugio abbastanza grande per entrambi. In poco tempo ci trovammo a metà dell’organo di pietra, avanzando con mani e piedi e ginocchia, al contrario, le viscere terrestri la nostra superficie, e dopo un interminabile scalata in discesa fummo partoriti in un minuscolo spazio semi circolare. Ansimavamo, zitti e quieti. La luce della torcia illuminava le pareti, tinte di rosso, squillante ma scuro, come vero e proprio sangue. Eravamo nell’utero della terra, nascosti e silenti, buoni come bambini affannati. Al centro, la luce lunare della torcia scintillava su una vasca. Brillavano come il sole che si dissangua alla sera, come il paradiso che gocciola dorato dalle nuvole quando i raggi si nascondono, dorate come l’antichità poteva essere, abbondanti, grosse, gustose. Non solo bracciali e collane, diademi, spade a foglia, elmetti con larghe e coniche corna, che ricordavano acutamente quelle del Waterloo Helmet, e coppe e ciotole, ma rubini e smeraldi, quarzi e topazi, fossili fusi nell’oro, e sospiri di bronzo. Thewley cadde in ginocchio all’orlo della buca, e tossì un poco. I suoi occhi erano lucidi. L’aria mi pareva dura, e pesante, difficile da attraversare, ma mi trovai anche io in posizione di preghiera al fianco del mio amico. La testa mi girava. “Spegni la torcia” gli sussurrai. L’oro brillava da sé.
Rimanemmo in quella posizione per un tempo che non so dire, né ricordo. Dopo che pregai a lungo alla luce che si rendeva viva in quello scrigno dipinto di sangue, m’avvicinai, e presi una coppa in mano. La sua bellezza mi portò, ora me ne vergogno, al pianto. M’era difficile respirare. Il suo oro era tanto liscio che pareva volermi colare tra le dita, ed aveva, tutt’intorno, una delicata decorazione in rilievo in linee orizzontali che ai lati s’estendevano in tre spirali, mentre sul bordo, come un corona d’un dio, eran sparsi in alternanza rubini e gemme d’acquamarina. Lo accarezzai, le lacrime inumidivano le mie labbra. Chi aveva mai creato qualcosa di così ingenuamente bello? Ingenuo, sì, lo pensavo. Solo qualcuno di ingenuo avrebbe pensato che più qualcosa fosse stato prezioso e lucente e ricco, più qualcosa sarebbe stato bello. E lo era! Lo era proprio perché qualcuno l’aveva pensato, e creato, con grande cura, e semplicità, ed amore, no! Tale mano doveva essere divina, pensai. Strinsi la coppa al petto. “Pare il Sacro Graal” disse piano, senza fiato, Thewley. Annuii. “Magari lo è” risposi.
“Il nostro tesoro”mormorò il mio amico “l’abbiamo trovato. Finalmente”
Pensai al re che pensavo avrei trovato qua, ma nuovamente la mia fantasia si ribellò, sfuggendo dalle grinfie dei miei desideri, e fece arenare sulla spiaggia della mente la figura glabra e leggera. Era lucente di mattino, e il suo volto era stato dipinto di tintura azzurrina. Pareva tremante, no, malato, con grosse ombre sotto agli occhi assonnati ma pallidi. Lo vidi reggere quel calice in mano, e sollevarlo, davanti a sé, tra altri, colmo di viscoso liquido scuore. Che sciocchezza! Mi rimproverai. Nell’età del bronzo né qui, né in Irlanda, si beveva vino, e sentii sulle mie labbra un sapore ferroso. “Sangue” gracchiò Thewley.
“Come?” mormorai, allarmato, e tentai di alzarmi.
“Dico, quello sulle pareti. Pare sangue.”
“Ah, sì”, gli mormorai, sentendo un gran mal di testa, e la nausea ribollirmi sotto alla gola. “in teoria doveva rappresentare un utero” tossiì. “Aiutami. Voglio vedere se c’è qualcosa sotto alla pila” Così, girandoci il capo e tossendo, iniziammo a scavare, infilare le mani in quella vasca fredda, dorata e immobile come una tomba. Speravo di trovare almeno una prova che tutto questo fosse per qualcuno. Lo sentivo. Il mio cuore batteva come un tamburo in una foresta lontana. No, quello che sentivo doveva essere davvero un tamburo, e potevo già vedere la figura glabra sollevare la coppa e versare il liquido..Thewley mi scosse. “Guarda” teneva, tra le mani, una cosa piatta, dorata, no,, non piatta, Potevo tracciare la punta del naso, le labbra sottili, le ciglia delle palpebre chiuse. “Una maschera funebre!” sospirai, con troppo poco fiato per strillare, o ridere. La portai vicina. Era lei. Era la figura glabra. Dovetti fermare le mie braccia per non portare la maschera sulle mie labbra. Volevo divorarla, sentire sulla gota la guancia sua fredda, e piangere la morte di così pura creatura ! Era come un bambino, mi dissi. Era un bambino, che dormiva nella sua culla, e dormiva nell’utero di pietra. Come si culla una maschera di morte? Tracciai le ciglia delle palpebre chiuse. “Non è bellissimo?” chiesi a Thewley. Lui annuì solenne. Lontano, lontano, suonò leggero come l’aria, un campanello. Ci guardammo. “Non viene da qui allora", sussurrò Thewley.
“è più in là” risposi piano.
Provammo ad alzarci. Eravamo pesanti, ed impossibilmente fermi. Sognai, per un tempo infinito. di scalare i gradoni ed uscire nell’aria del boschetto, e respirare. La coppa e la maschera funebre erano ancora fermi nella mia mano. Probabilmente, pensai più tardi, una volta in piedi le dovevo aver rimesse nel mucchio, perché nei passi successivi non le sentii affatto tra le dita. Thewley ed io avanzammo verso la fine della stanza semi circolare, e ci sentimmo immediatamente leggeri, come brezza serale, non guardammo indietro.
Trovammo altre scale, e naturalmente, le seguimmo. Il campanello ancora non aveva una ragione, e la febbre tornò, smaniosa di divorarci, come se le nascondessimo il segreto. Mi voltavo indietro, desideravo tornare alla buca, e stringere la maschera della giovane figura. Thewley, acceso di fuoco febbrile, mi trascinava per il braccio, su i nuovi gradini, piccoli, freddi e scivolosi. Avevamo ormai accettato che la sala con il tesoro non era il secondo tumulo visibile dalla superficie, si trovava troppo in profondità, e le scale dovevano quindi portare là. Salimmo, e salimmo, e salimmo, e stancamente poggiai il capo sulla schiena di Thewley. “Forza” mi incoraggiò debolmente lui, “ci siamo quasi, appena troviamo questo maledetto campanello torniamo indietro, e poi, a casa”.
Annuì, e mi lasciai trascinare. Casa, pensai, non esiste altra casa se non questa. Mi pareva un ricordo impossibile, un sogno inventato, il mio risveglio era del tumulo, e così anche il mio sonno. Sono passati cento anni, pensai quando alla fine giungemmo in cima, no, ne sono passati mille. C’era una porta. La cosa non ci stranì, oramai, ogni cosa ci pareva, normale, e conseguenza chiara di come la vita si svolgeva là, sotto al mondo; ma iniziammo a ridere leggermente, sollevati e stanchi. La porta mi parve quasi fuori posto, no, non era del tempo dei tumuli, mi dissi. Era in legno, denso, vero, pesante, e pareva vecchia, ma non rovinata. La tastai, sentendo i volti che spuntavano, e gli zoccoli dei cavalli dalle gambe intrecciate. Poteva essere successiva? Che in epoca alto medievale qualcuno fosse giunto fino al tumulo, e non toccando quei mille gioielli avesse montato una porta? Risi di più, e di più, soffocando nella mia stessa tosse. Thewley rise con me, e rise, senza capire, e si poggiò con la schiena sulla porta, per prender fiato, i suoi occhi sbiaditi un poco socchiusi, lo vidi indietreggiare nelle ombre e cadde sul pavimento di polvere, la porta spalancata.
“Ah!”, mormorò, in un urlo storto, una voce assonnata. Battei le palpebre. La stanza, piccola, aveva una forma ogivale. Un singolo spiraglio tentennava timido di bucare la roccia del soffitto, carezzando l’aria con gentilezza, e illuminava un poco il fiato aereo, che scintillava come scaglie d’oro, sospese eternamente tra la cupola e le coperte. La luce danzava un poco, cadendo e venendo divorata da due ceri traditori, che parevan essere alleati delle tenebre, e le allungavano, come edera su un buon muro. Due grosse casse di legno decoravano la stanza, come letti perenni. Soffocavo. Quel poco che non soffriva, come me, del buio crudele, indugiava un poco sulle coperte di pelo, su i capelli morbidi come petalo di fiori di giallo tarassaco, su gli occhi colmi di sbadiglio e sulle guance morbide come nuvole di temporale. Le sue dita pallide tormentavano, tirando e grattando, il manto fumoso d’una gatta, arrotolata tra le sue gambe, il ventre gonfio; e contro quel pelo di riccioli e sonno, gli anelli, ed i bracciali, ed i pendagli, e le collane, che un tempo erano appartenuti al mondo. Un sospiro scivolo dalle morbidezza delle sue labbra, ed il mio fiato, ed il mio battito tutto, scivolarono dalle nuvole del petto mio, e rotolarono ai piedi del suo giaciglio. Era, era. Sì, riconoscevo con il mio cuore. Volevo baciare la sua pelle candida e dire, t’ho trovato, finalmente !
“Chi siete, voi, stranieri?”, sussurrò, con un lento suono di spavento, “Non siete né servi miei, né miei consiglieri”. Prese la gatta, e la strinse al suo petto, come se potesse fare da scudo, o da feroce guerriero. Volevo parlare, volevo parlare, ma come potevo? Mi pareva un sogno, il mio corpo inesistente, io fumoso, scomposto, lontano da me, impossibilitato alla preghiera, che volevo offrirgli, come un dono dalla mia presenza. Thewley al mio fianco, guardava la figura a me tanto cara, come se avesse visto un dio in catene, ed un’immensa pena, ed un magnifico sgomento, battagliavano per contendersi le terre del volto del mio amico. “Noi..” sussurrò confuso, poi batté le palpebre chiare “Tu, tu, tu che ci fai qui? Così, dentro ad una caverna, ad una tomba? Non hai forse una casa?” Ogni parola che rotolava dalle sua lingua mi pareva venire da un luogo lontano, lontano, impossibile da ritrovare.
No!, volevo scuotere Thewley, no!, quella splendida creatura veniva da molto prima, molto prima, quando il mondo era degli dei di cui abbiamo scordato la follia, e cercai come un disperato arciere, di trovare il centro degli occhi spersi dell’assonnata figura, e mormorare in silenzio che io sapevo, sapevo ! Avevo capito! Avevo portato il suo ritratto di morte al mio cuore, e glielo avevo donato, e immerso nel mare del suo sonnolento parlare. Io, sì, proprio io, che tanto m’ero nascosto, io avevo capito tra tutti, che era una cosa straordinaria e radiosa, come il sole dei suoi capelli. Ma Thewley no, a quel tempo, non poteva capire, e nel vedere una creatura così giovane, aveva sentito, poi mi disse, il proprio petto lacerarsi, e pensava ai genitori di tale biondo capo, e di come portar via al più presto quel pallido volto, e fargli vedere il sole, ed il letto dei vivi. Ma il giovane battè le gialle ciglia, “Ma che dici mai, che mai vien detto? Qui io vivo, questo è il mio castello.” passò i suoi occhi sonnolenti su di noi “Il mio nome è, Scàil na Marbh” tormentava ancora la gatta, “e quali sono i vostri nomi, e come vi chiamano i vostri amici, ed i vostri nemici, o stranieri? E da quanto lontano giungete? Venite dai nostri campi, o venite da mari senza nome?”
“Io sono Gabriel Thewley” rispose piano il mio amico “e lui, è il mio amico..”
"Che nome buffo!” rise Scàil “buffo davvero! Da dove mai venite? Rispondete!”
“Da qui” sussurrai io.
“Impossibile! Impossibile dico! Qui le persone hanno il nome come il mio, giusto e normale” rispose Scàil na Marbh. “Ah, se i miei servitori venissero! Farei dire voi il vostro nome e loro vi direbbero il loro! E poi tutti rideremmo, e danzeremmo insieme! A meno che non siete spiriti, venuti a disturbar me ed il mio sonno..” e strinse il pelo della gatta. Thewley mi guardò con allarme. “Servitori, dici, Scàil na Marbh? Posso chiederti da quanto sei qui? Chi ha acceso i ceri? Come entrasti qui, dalle scale strette che scendono qua, dove ogni cosa è ben nascosta dal sole?”
“Ah, non so”, la sua voce divenne una piuma sospesa tra i pulviscoli dell’aria “Non so, davvero. Forse una notte, o un giorno. Sì, un giorno, o due.”
“Allora ricorderai di certo come giungesti qui” mormorò Thewley, avvicinandosi un poco.
“Giunto? Che dici, Ga-bre-el, Ddeuleei? Io nacqui tra queste mura. Andai a dormire poco fa, ah, forse vi sto sognando, sì, sì, siete fate, e siete entrati nei miei sogni, dev’essere un sogno di certo!” baciò il capo tondo della gatta grigia, e grattò dietro alle orecchie. Thewley s’avvicinò un poco di più al letto, e si sedette tra le coperte di pelo. Il capo, mi disse poi, inizò a girargli allora. “Scàil na Marbh, quello che dici, è impossibile” sussurrò.
“Certo che è possibile. Avevo la febbre e bruciavo sul capo dopo la cerimonia per i campi, son andato a dormire, e poi m’ha svegliato la gatta” mormorò, facendo trillare il campanello intorno al collo dell’animale incinta. Quella s’allungò, ed il campanello sul suo collo vibrò nuovamente, come il tintinnio d’un ricordo. Mi sentì cadere nuovamente, e mi trovai al lato del letto di bronzo ed oro battuto. M’allungai sulla coperta, che odorava di sonno, e lasciai che la curva del volto della creatura si disegnasse come la luna sull’acqua del mio amore, e sorrisi un poco, un fiore bianco sbocciava nel mio petto. “E dici, questa è la tua casa? Non ricordi nessun percorso?” insisteva Thewley, aggrappandosi alla vita dei vivi “mi pare strano, no, con tutte le scale, ed i tumuli”
“Che tumulo?” rispose Scàil na Marbh, svegliandosi un poco, come una rabbiosa nuvola di bianchi crisantemi “una tomba? che dici mai? Che dici mai? Maledette le tue parole!” I vestiti leggeri coprivano le gambe, evagò verso la porta come una foglia ubriaca di linfa.
“Dove sono i miei servitori? Dovete andar via! Via! O vi farò tagliar la lingua per insinuare tale malvagità!” si portò una mano alla testa “Oh, che cosa crudele, crudele che hai detto, Ddeuleei, una tomba!”
Mi alzai, ancora zuppo di sonno, vedendo come ondeggiava, che pareva un giunco, “Perdonaci” dissi piano, lisciando i suoi vestiti, che formavano pieghe bianche sul suo esile corpo, “non capiadove mo. Se tu sogni, forse lo facciamo anche noi, Scàil na Marbh, e qua, come se i sogni fossero onde di diverse maree, ci incontriamo, mescolando le nostre correnti” I suoi occhi pallidi mi parvero rapiti da qualche giornata lontana, di cui non potevo nemmeno afferrare l’alba. “Siam giunti qui come pellegrini, per una lunga strada, seguendo fedeli il suono d’un campanello, che pareva vagar nelle viscere del mondo” Scàil guardò la sua amata gatta grigia, che si leccava, come in procinto di partorire. “Se ha svegliato te dal sonno, allora di certo ha condotto noi in un sogno, il tuo, che ancora vagava a metà” La giovane creatura si morse il labbro “Devo trovare i miei servitori” sussurrò piano, petulante.
“Non c’è nessuno”, rispose Thewley, “o li hai immaginati, o se ne sono andati molto tempo fa. Ci siamo noi. Ed i cadaveri del tumulo. E forse tu sei uno di loro.” Cercò di tirarmi via “e tu, non mi pari nemmeno te stesso! Guardati! Ai piedi di chissà chi!” La gatta scosse la coda, il ventre si sgonfiò, né sangue, né gattini apparvero, ma solo una nube di rabbia.
Scàil na Marbh ed io ci voltammo verso di lui, io con allarme, la creatura con furore “Silenzio!” strillò “Bugiardo ! Maledetto! Ti punirò, sì, ti punirò!” e le sue mani s’agitavano a scatti come se disegnasse nell’aria ferma, e mostrava i denti, che erano storti. “Te ne prego, Scàil na Marbh” mormorai, per placare quella creatura, che mi pareva tutto ciò che desideravo.
“No!” pestò i piedi, tintinnando di bronzo ed oro, “se davvero non ci sono più servi, voi sarete i miei servi! Dormirete ai piedi del mio letto, e se vi considererò buoni vi darò la mia coperta, mi terrete compagnia, e mi parlerete del perché vi vestite in maniera sciocca, e ballerete per me!”
“Andiamocene” mi tirò Thewley “sarà mezzogiorno ormai. Torniamo a casa, chiamiamo la polizia, e se ne occuperanno loro” Mi sussurrò “ha chiaramente qualche disturbo, no, chi potrebbe dirci che non userà violenza?” Io scossi la testa. Era così esile! Ma Thewley m’afferrò il polso, e giù verso le scale sentì scivolare la mia nube, e mi parevano infinite, e disperato cercavo con lo sguardo Scàil na Marbh, e mille scalini avrei rifatto per Scàil na Marbh, candido splendore era Scàil na Marbh, luminoso come la sera, dalla fronte morbida, e gli occhi perduti nei sogni, ah, Scàil na Marbh, che volevo avvolgere nelle coperte di pelo e cullare.
Ah, che animale in cerca di nido è il cuore!
Le gambe mi parvero fatte di fumo, e quando giungemmo la sala rossa, lucente di ricchezze, e dall’aria pesante ed avvelenata, Thewley tirò un sospiro di sollievo, mi trascinò verso le altre scale, ma nel buio inciampai su qualcuno di duro, ed in ginocchio.
Non seppi né urlare, né piangere. Non m’importava affatto, in realtà. Mi pareva d’esser altrove da molto tempo. Io e Thewley giacevamo ai lati della buca d’oro, sì, dovevamo essere noi.
Il volto di Thewley era secco, ma ancora aveva i capelli dal colore indeciso sul capo.
Il mio, coppa e maschera funeraria sul petto, era bianco, magro, freddo d’osso. Sorrisi al volto dove il mio cuore s’era addormetato.
Trillava, al nostro inseguimento, il campanello nella grotta.
Vidi, lontano, Thewley strapparsi i capelli ed ululare come una bestia. “No” lamentava “no..no! No! No! Ah, ah, no, no, no”, ed urlava, “no, no, devo, devo andare, ah, la mia bambina, , devo andare, olivia, no, devo adnare, devo andare via”
“Andiamo allora” dissi io, ma sapevo che non potevamo scavalcare i nostri corpi seccati dai fumi invisibili della morte, e tornare indietro, ed esser partoriti nel boschetto. No, se non dopo una grande acqua, quando tutto il tumulo si sarebbe risvegliato.
“No, no!” lo sentivo battersi gli arti e tormentare il suo corpo. No, non avrei visto come la stagione avrebbe cambiato i boccioli in fiori di neve, non avrei visto il cielo sanguinare di tramonto, o svestirsi la mattina. Avevo perso la corona del bosco, ed ora, tra i non visti, appartenevo ad un mondo aldilà della nebbia, il mondo che i bambini che credono nelle fate intravedono di luce nelle luci d’una goccia. Ed io, cos’ero, se non un osso coperto d’oro? Avrei brillato per loro finché non avrebbero teso le loro dita per raggiungermi, e sarei scomparso come un dispetto. E quando Scàil na Marbh giunse, abbracciando la sua gatta, che creava fantasmi, e ridendo di gusto, come un demone di veleno, al centro della propria tela ben filata, io risi insieme alla sua gioia. Era naturale. Era un arazzo al contrario, e ogni cosa si succedeva come il filo aveva deciso. Non era Scàil ciò che avavo sempre voluto, e mi era stato dato, come una benedizione?
Thewley saltò felino contro di lui, soffidando. “Non puoi fare questo, non puoi!”
“Certo che posso! Appartieni a me ora!” rispose ostile Scàil na Marbh, scuotendo i soffici capelli del colore del tarassaco. ù
“Non è possibile, no! No! No, non è possibile, non siamo noi!” uluava Thewley. “Guarda come sono vecchi questi cadaveri, guarda!” mi guardava folle e selvaggio “Guarda!” si aggrappò a me, voltandomi con forza “Siamo stati qui solamente qualche ora!”
“E Scàil na Marbh ha dormito per un giorno soltanto” sussurrai io, “non capisci, mio dolce amico? Siamo nell’Altromondo, il mondo capovolto”
“Tu” indicò Scàil il mio capo “vieni qui, presso di me”, e subito m’avvicinai, docile come un amante “tu, sei stato gentile e buono con me. Chiedimi ciò che vuoi, e ti sarà dato”
Pensai a Thewley, e pensai alla sua piccola figlia, Olivia. E pensai che solo Scàil era ciò che poteva mettere la notte su i miei occhi. “Voglio che il modo intero, da questa parte e dall’altra sappia che io fra tutti, io t’ho troavata, splendida creazione” sussurrai, ed i miei occhi bevevano il colore dei suoi. “e che t’amo, come sai che faccio” Thewley piangeva, per le cose perdute.
“Così sia” rispose Scàil na Marbh, e baciò la mia fronte, e presi noi per mano, in quattro, noi, Scàil na Marbh e la gatta, andammo a dormire.
Una mattina, d’un giorno, un giorno in un mese, che era in un anno, lontano, ma non troppo, un cadavere fu trovato nel nulla d’un boschetto che nessuno sapeva era lì. L’autopsia rivelò che il poverino era morto per avvelenamento da metano, cosa assai curiosa, perché di caverne là non ce n’erano affatto. Sebbene i vestiti e la data, e tutto ciò che poteva esser mormorato confermassero che il soggetto doveva esser morto intorno ad un numero alto ma non troppo d’anni prima, ostinato stringeva al petto ben due reperti d’oro, che vennero confermati essere dell’età del bronzo, una coppa assai lucente, ed una maschera funeraria assai delicata. Nessuno riuscì a strappargliela via dalle mani d’osso, tanto che tutti insieme, oggetti e morto, parevan fusi insieme, e furon costretti, nonostante le proteste da vari serissimi professori, e il disgusto di tante madri che portavano i ragazzi a visitar il museo, ad esporre i due magnifici artefatti, di tanta bellezza e stranezza, che prima in Inghilterra non s’erano mai visiti prima, con lo scheletro tutto.
Nessuno mai sappe che un altro oggetto fu preso, quando fu trovato il povero scheletro, che tanto amava i suoi tesori, un anellino, d’oro pestato, che fu ben presto intascato da colei che aveva avuto la sfortuna di trovar nella sua scampagnata un uomo intero tra le foglie bagnate, la signorina Olivia Thewley.
Fine.







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