antiche novelle: lettera di pace
Si mormora che, quando Hadzhiev raggiunse la cava delle dame, Morte lo pedinava da tempo.
Non osò gridare per chieder pietà, ma tremante sgusciò tra polvere e stalattiti, tentando in quell’illogica follia del disperato, di seminare la sua non gradita compagnia di viaggio. Sciocco sarebbe raccontare il suo fallimento, eppure, dopo che i granelli raschiarono le sue palme stanche e gli aculei petrosi gli punsero i fianchi, ritrovò Morte alle sue spalle, occupando silente lo spazio come una gonfia nube temporalesca. Un ringhio di frustrazione gorgogliò nella gola di Hadzhiev, ma non lo liberò dalla stretta delle corde vocali: temeva che Morte potesse rider di lui, e quello proprio non poteva accettarlo.
Non felice della sua sconfitta, avanzò nelle tenebre chiuse della terra, che non assomigliano affatto alla notte, ignorando il gocciolio di Morte, che alle sue calcagna si avvolgeva alle caviglie ed ai lembi del mantello, mormorando attraverso la sua scura chioma il suo nome.
“Hadzhiev” chiamava, “Hadzhiev, lasciati cullare. Son dolce, vedrai! Sarò per te primavera Hadzhiev!”. Ma Hadzhiev si faceva sordo, e pregava che le sue orecchie cadessero e la sua mente divenisse di cera, affinché le parole divenissero incomprensibili, che tutto fuorché miele parevano, graffiandogli crudelmente i timpani. Il suo proprio respiro, vessillo di vita, saliva alla mente, e tambureggiante annebbiava con statica nebbia: ansia - terribile, temibile, paura in pulviscolo che s’adagia su ogni dove. Continuò, Hadzhiev, imperterrito ad avanzare, sicuro di ciò che avrebbe trovato, e sicuro del fatto che Morte avrebbe atteso alle sue spalle, e solo fermarsi avrebbe dato a lei vantaggio.
Camminò nell’umido buio della creazione mille passi e mille altri ancora, finché non raggiunse il cuore del mondo, che vivo, caldo e pulsante, portava in grembo tutti i sogni che sarebbero divenuti vita. Al suo centro, le tre dame, che tutto sanno, mescolavano il paiolo degli eventi cambiando costanti il loro avvenire ed ordine insieme. Sentendolo ansimare come un cane braccato voltarono le loro sciolte chiome e dissero: “Salve a te Hadzhiev, e salve a te, o grande Morte, signora del tempo”
“Salve a voi, o dame, regine del fato”, egli rispose, “ve ne prego, donatemi consiglio”
Le dame risero affilato cristallo.
“Consiglio?”, sorrise una.
“Che consiglio si potrà mai offrire a qualcuno che da sé vuole decidere il fato?”, rispose l’altra.
“Il fato è detto, questo è infatti il suo nome, non si può sfuggire alla grande signora Morte, che l’universo tutto abbraccia”, la terza rispose.
Hadzhiev, girava intorno alle pareti, tastandone la ruvida pelle, Morte alle spalle. “Non capite!”, lamentò, “non voglio sfuggirle!”
“Gli occhi non mentono, le sfuggi anche ora! Cammini e vai avanti come un folle, come se le tue gambe potessero camminar all’infinito! Non sai che chi cammina troppo, alla fine si perde in luoghi dove la terra l’inghiotte?”, risposero le dame, girando il pentolone, “in ogni combinazione, Hadzhiev, tu devi morire”.
Egli sospirò, girando loro intorno, “Non desidero morire adesso”, quasi singhiozzò, “non desidero morire così! Non voglio morire con il pianto nel petto! Da quando Morte mi chiamò quel giorno, tutto pare già freddo! La mente si ruppe, si bloccò! Nemmeno riuscii a dir addio alla moglie e al figlio, ho corso miglia e miglia, e anche di più, ma come un falco predatore mi fa topo! Se mi fermassi, non sarei in pace, sarei rassegnato”, egli tremò “la rassegnazione è disperazione che ha perso il proprio magma!”
“Ma tu sei disperato”, esse risposero, “sei umano, è normale, e dunque è giusto, perché voler essere animale o dio, che nascono vivi per un attimo, o morti per sempre?
“Perché ho vissuto in paura, e morire in paura mi renderà coniglio nell’eternità. Meglio esser lepre, e fuggire fino alla fine del mondo e del tempo” egli pianse, calde lacrime sfrigolarono sulle gote.
“Lepre!”, risero le dame, “lepre sarai se lepre vorrai essere, così coniglio sarai se coniglio farai, oppure sarai altro, e si vedrà”, girarono il calderone e tuffarono dentro i loro volti, e quando riemersero dal caos vorticante, spostarono i loro occhi su Hadzhiev, che si muoveva come Mercurio danza intorno al Sole. (sia benedetto).
“Il mondo ha parlato!”, disse una.
“Il caso ha deciso”, disse l’altra.
“Il consiglio verrà donato”, concluse l’ultima.
“Dalle signore del cielo troverai rifugio, e solo loro potranno darti ciò che cerchi” finirono, indicando diritte il cancello.
Così Hadzhiev camminò mille giorni fuori dal centro della terra, e mille giorni camminò sul monte più alto, Morte segugio. Superò infimi massi e fanghiglie bugiarde, rivoli ingannatori e boschi sussurranti dagli occhi sospettosi ed ostilità più antiche dell’uomo più antico. E quando giunse alla cima, s’aggrappò alle nuvole. Cercò in ogni luogo, ma solo quando la sera inghiotte la fatica trovò la signora della luce della sera, che riposava su una nuvola violetta. Intorno a lei egli chinò il capo. “Divina Luce della Sera”, pronunciò con voce che parve fiammella indecisa su come spegnersi. “ti porgo saluto”.
Ella batté le palpebre sonnolente e cantò: “oh, mio dolce bambino,
ricordo i tuoi sbadigli di quando eri piccino.
Come mai viaggi con signora Morte al tuo fianco?
Non mi pare possa portarti rinfranco”
“Mia dolce signora, la prego, ho bisogno d’aiuto. Morte mi segue, ma io non son pronto a morire. Non voglio esser costretto a temere fino al crepuscolo del mondo, come faccio al crepuscolo della mia vita”.
La signora della luce della sera sbadigliò, ed i suoi infiniti capelli adombrarono il suo volto di viole. “Mia sorella conosce ogni sogno ed ogni via, lei ti dirà che fare” e si raggomitolò, mostrandogli la curva della sua schiena lavanda.
Così Hadzhiev corse tra le nubi di velluto, in cerca della sorella della signora della luce della sera, fin quando il cielo non perse ogni colore, e muto non respirava sereno. Disperato Hadzhiev cercò e cercò, Morte attenta in speranza che finalmente si fermasse in un attimo di stanchezza, il cuore riposasse per un secondo soltanto, per poterlo cogliere come una fanciulla coglie un fiore per tentar di portarlo in un vaso. Hadzhiev sentì le membra iniziar a tremare, le mani ad agitarsi, ma un canto lontano venne in soccorso, e tra le nubi, la signora della luce della notte. La Luce della Notte filava una stella che illuminava il suo volto gentile color delle tenebre. I suoi occhi di luce incontrarono quelli di Hadzhiev e sorrise, come una madre sorride dondolando la culla legnosa della propria creatura. Hadzhiev corse, e corse verso di lei, il cuore nello stomaco terribile tortura, ali nei piedi. “Mia dolce signora la prego..la prego..”
“Silenzio”, disse lei, posando il suo indice svelto sulle labbra di lui. “Aiutami a mettere in ordine le stelle nel cielo, allora, mia sorella, la Luce dell’Alba, ti porterà giusto avviso”. Egli chinò la testa, tra le mani il cesto stellare, mille astri filati tremati al suo interno. Hadzhiev non perse tempo alcuno che già Morte gli carezzava la nuca, guardando muta Luce della Notte. Hadzhiev corse tra i campi del cosmo, aprendo le mani colme di stelle, spargendo i numi nei solchi del creato, stupito di come queste polveri sottilissime sbocciassero svelte in mille petali argentati, dai ghirigori impronunciabili. Gli sfioravano i polpastrelli con tanta cura e freddo calore che i suoi occhi si spalancarono ed inumidirono, quasi spiacente d’aver lasciato cadere tanta opera d’amore, per ricordare, ora era ovunque. Correva ancora, seminando stelle, e divenne quasi felice, per qualche momento nel petto, e quasi sorrise, e l’infaticabile corsa, il lasciar le luci posarsi ovunque tenebra riposasse, divenne una danza. Dimentico di Morte, le stelle scivolavano in ogni dove, negli angoli del cielo, sulle nubi, sulla signora della luce della notte, su lui stesso, e sulla sua pedinatrice, Morte. Danzò e danzò esausto, il Cielo traboccante di luce astrale, vene-sentieri dispersi nel nulla, pulsanti di vita. E quando fu troppo stanco per danzare, danzò ancora, per dispetto, agitando le braccia e le gambe, scuotendo la testa in quel limbo tra notte ed alba, tra sonno e veglia, tra morte e vita ove era bloccato, tentando senza sapere di liberarsi da quel demone che lo angheriava.
La Luce dell’Alba fermò il suo carro di fianco a quell’uomo-lepre, prima sorridendo a Morte, e smontò dal suo mezzo appoggiandosi ad esso, il suo volto rosato di filigrana chiara purissima acceso da vita. Dopo un po’, mentre le punta delle sue dita si tingevano oramai d’azzurro giorno, s’avvicinò ad Hadzhiev e lo strinse al suo petto, finché egli non smise di dibattersi. Lui aprì bocca, confuso e stanco, per chieder ausilio, ma lei lo prese tra le braccia e lo issò nella sua biga. Schioccò le redini, e stese l’alba sul mondo, Morte con sé. Attraversarono il creato tutto, di nuovo e di nuovo, tutti gli uomini soggetti al risveglio, un’infinita resurrezione, ed alla fine, posò il suo carro alla fine dell’Universo, in un boschetto chiacchiericcio. Lasciò che Hadzhiev scendesse, ancora confuso, gli occhi colmi di tutto, e camminasse intorno ai tronchi, seguendo i fiumi che s’incrociavano. “Dove siamo?”
“Riposa”, ripose silenziosa Luce dell’Alba, e non appena ella disse questa parola, subito Hadzhiev s’accorse d’esser molto stanco, come se avesse vissuto tutta la vita nuovamente.
Aprì bocca, ma ella non c’era più, e dunque sospirò, seguendo il fiume e si passò le mani sul volto, macchiandolo di stelle. Arreso, girò sotto ad un albero di mele e le gambe gli cedettero, forzandolo a sedere. Chiuse gli occhi. Aspettava Morte. Si voltò, e la trovò seduta al suo fianco, muta. Egli non disse nulla egualmente. Con le mani incrociate sul grembo, inspirò. Era davvero tanto stanco. S’accorse che una mela aveva rotolato fino alle sue ginocchia, e la prese, non c’era altro da fare, e lui desiderava prenderla. Si rese conto d’aver scordato il sapore delle mele, e dunque l’addentò. Era piccola, giallognola ed asprigna, gli occhi gli pizzicarono e lui lasciò che piangessero. Era felice. Intorno a lui, il giorno era largo, e vasto. Le nuvole correvano a briglie sciolte, il vento tintinnava allegro, lasciando le foglie cantare. Il fiume davanti a lui brillava e schioccava, sazio e soddisfatto, come un serpente dalle scaglie colme di rugiada sotto il sole che promette di asciugarle. Una formica coraggiosa gli scalò a mano, e chiamò una farfalla, bianca come un nuovo nato. Volò sulle sue labbra e gli sussurrò un segreto. Hadzhiev rise, ed il suo riso fece suonare le campanelle dei fiori che risero con lui, contagiando la risata al passero, che la fischiò alle pietre, finché tutti non risero allegri. Ed alla fine, rise anche Morte, leggera, e gentile. Hadzhiev si voltò, e le sorrise.
“Scusami”, le disse.
“Non devi”, rispose Morte.
Lui strisciò verso di lei, e l’abbraccio, e scoprì che non era fredda.
“Vedrai”, continuò Morte “avrai mille millenni di risate e più”
“Ti credo”, mormorò lui, addormentandosi tra le braccia di Morte, che diveniva Primavera.
Ed ancora, dice chi l’ha incontrato, il suo volto, ormai magro e bianco e liscio e cavo, sorride agli elementi, sotto l’albero di miele in fiore.
(Una lettera di pace a signora e sorella Morte, che ho temuto per un anno)



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