antiche novelle: Due topini


L’estate stava finendo. Le ombre si stiracchiavano tra i fiori gialli come soli, facendoli fremere timidamente, mentre il giorno andava a dormire. Il vento iniziava a diventare pian piano più fresco, e tutto il campo guardava il cielo con un po’ più di apprensione rispetto a qualche giorno prima. Le formiche salutavano la superficie prima di chiudersi nei loro cubicoli sottoterra e la casa, all’orlo della terra, illuminava un poco la vita dietro le tende, che prennunciavano il sonno. Tra i rami lontani, gli animali che popolano la notte, sbadigliavano in attesa di far la prima colazione. 

Un occhio allenato, come quello della biscia o del gufo, avrebbe notato che laggiù, tra gli steli, anche qualcun’altro non aveva intenzione d’usar la notte per riposare. Infatti, camminava svelto, guardandosi indietro ma non troppo, un topino color cannella, dagli occhi scuri splendenti e le orecchiette tonde. Il suo nome era Nocciola-di-Bosco, ed abitava in un buco in una quercia, che non cresceva troppo lontano dal campo di fiori gialli. Il suo nasino curioso esplorava attento la strada, che aveva percorso mille volte “Per sicurezza!” si era detto Nocciola, che prima di tentar l’avventura, aveva testato ogni sentiero. Per abbandonare la casupola, aveva davvero raccolto tanto coraggio e tanta curiosità, non era cosa da poco per un topino rischiar di cadere nella bocca di qualche ghiandaia solo per scoprir il mondo! Ma Nocciola era molto temerario, e la solitudine l’aveva sempre spinto a far di più. Difatti era l’unico topino del bosco, e non aveva tanti amici con cui spartir le sue more. 

Superò il Grande Masso a forma di pigna e svoltò a destra, era quasi arrivato. La luce della casa lo travolse come quella dell’alba e abbassò le orecchie per la paura. La dimora degli umani era enorme, troppo grande per un topino come lui. Era grossa, e squadrata, e pallida, ben diversa dai mille rami intricati che univano tutto il bosco come tante stradine, tra cui poteva trovar riparo Nocciola, cercando i petali più morbidi da usar come tovaglietta per la sua tavola. La porta era grossa, e aveva una porticina alla sua base, da dove usciva talvolta un grosso cane, abbacchiato e pesante, che sospirava nelle ore più calde e non amava molto muover le sue zampe. Nocciola credeva che il cane doveva essere molto vecchio, e stare all’ombra dei tassi sarebbe stato molto meglio per lui che seguire le fatiche del suo umano. Ma sapeva che mangiava bene, e tanto, come aveva visto dalle fredde finestre, imitazioni solide dell’acqua. La prima volta, mettendo le zampine sul vetro, era rimasto folgorato dal fatto che non potesse passare, ed aveva creduto che l’aria fosse divenuta un muro. Poi, un passero gentile, dal corpo tondo ed il becco aguzzo, gli aveva spiegato come erano una trappola per molti uccelli e mosche, e che gli umani le usavano per vedere il mondo senza doversi mescolare con loro “gli animali”.

“Ma anche là dentro ci sono animali!” aveva esclamato Nocciola confuso.

“Sono i loro animali” aveva detto il passero “schiavi, prigionieri, si credono umani anche loro e odiano tutti noi!”

Che orrore! Nocciola provava tanta pena per quella vita così calda e comoda. Ecco perché gli era sembrata giusta la sua idea - rubar a quegli umani ed animali-uomini il cibo caldo e strano che avevano, per rivalsa contro l’odio che avevano per loro! Se non li amavano, perché amarli e rispettarli? Se mettevano il veleno per gli insettini colorati sulle foglie come se fossero state loro, perché non toglier anche a loro le loro foglie? L’idea lo riempiva d’orgoglio e si sentiva come un eroe delle fiabe che le mamme scoiattolo raccontavano ai loro scoiattolini, sepolti nelle code vaporose, che ristabilivano l’abbondanza nel bosco e vivevano sazi e pasciuti e sempre contenti. Nocciola il topino sarebbe stato uno di loro! 

Entrò, silenzioso, dalla porticina del cane, e rotolò dentro la casa. Il mormorio della famiglia giunse subito alle sue orecchie e gli tremò la coda. Il suo cuore batteva fortissimo del petto. Il corridoio era lungo, e vuoto, e una strana luce fredda veniva da una stanza non molto lontana. Doveva passare oltre, per andare nella cucina, e passare proprio davanti a quella porta spalancata. Aveva paura che uno degli abitanti della casa lo vedesse, soprattutto il grosso gatto nero che sonnecchiava sempre su uno dei cuscini. 

Corse fino all’orlo della luce e poi si fermò. Doveva essere un lampo. Sentiva il sangue battergli come un tamburo nelle orecchie. Prese un lungo respiro e si tuffò nella luce fredda della stanza. Pareva non finire mai. Corse e corse e giunse dall’altra parte della porta. Si voltò indietro, ed aspettò il disastro. Una risata venne dall'interno, era piccola ed acuta e Nocciola ebbe davvero paura. Guardò verso la cucina e corse da quella parte, senza più guardarsi indietro. 

Era arrivato. 

Mille odori lo accolsero e mossero i suoi baffetti. Il formaggio lo richiamava con il suo odore pungente, ma dall’altra biscotti tondeggianti parevano perfetti da rosicchiare. Camminava a destra e a sinistra, indeciso, nella stanza buia. Arrivato vicino ad un mobile grosso la luce s’accese all’improvviso ed una lunga ombra si estese nella stanza. Gli umani! Venivano nella sua direzione. 

Non sapendo dove andare, s’infilò sotto il mobile e guardò spaventato le suole andare verso il lavello. Sperava che i suoi occhi non brillassero troppo sotto il mobile. Che fare? Non poteva avanzare e non poteva uscire dalla cucina. Uno degli umani disse qualcosa dalla stanza affianco e quello che era in cucina rispose. Fece dietrofront che le scarpe e portandosi via qualcosa uscì dalla stanza, spegnendo la luce. Nocciola prese nuovamente il respiro e si disse “Coraggio!” Sbucò timidamente da sotto il mobile e con lo sguardo palpitante si diresse verso i biscotti. S’arrampicò su una delle gambe d’una sedia legnosa e scalando piano giunse ad il piano d’un tavolo enorme, vasto come un albero. Gli umani eran proprio dei giganti. Prese un grande biscotto tondo e se lo caricò sulle spalle. Sbuffando scese lentamente, provando a non rompere il biscotto e tremando d’ansia. Era giunto a terra! Sospirò di sollievo. Ora doveva solamente uscire. Facendo rotolare il biscotto davanti a sé corse nuovamente nel corridoio, superando la stanza degli umani e s’infilò nella porticina. Era fuori! L’aria fresca gli fece arruffare il pelo marroncino. Squittì felce e rise molto, con la paura alle spalle. Fece rotolare il biscotto davanti a sé, già assaporandone l’idea, sognando di sgranocchiarselo nella sua casina, e trotterellava contento. Aveva appena oltrepassato il Grande Masso a forma di pigna quando,nella notte, sentì un leggerissimo rumor di piume e all’improvviso un grande gufo lo sollevò con i suoi artigli spiegati, afferrando il biscotto. Nocciola squittì disperato, tenendosi stretto al suo bottino. Passarono oltre il campo di fiori, ed iniziarono ad avviarsi verso il bosco. Volarono su dei rami, ed il gufo iniziò ad avviarsi verso un luogo preciso: il suo nido. Nocciola-di-Bosco, per fortuna conosceva bene la sua casa, e quando fu il momento giusto, lasciò andare il biscotto per cui aveva tanto faticato ed atterrò su un ramo. Guardò il gufo allontanarsi con il dolce tra le zampe, forse ancora convinto d’aver il topino con sé. Rabbrividendo, Nocciola, tornò nel suo buco, triste d’aver perso il tesoro, ma felice d’averlo preso. 

Sarebbe presto tornato a prendere il risultato del suo coraggio. 




Tra le pieghe della casa, al mattino, si svegliava un certo topino, dal manto cinereo e gli occhi stanchi e impauriti. Il suo nome era Granello-di-Polvere, e si preparava ad un’altra giornata tra le ombre, tra le quali si confondeva bene. Il suo nervoso era causato da una semplice ragione: in tutta quell’abbondanza che fioriva intorno a lui, trovava ben difficile trarne qualcosa per sé. Ogni mattina, iniziava la sua giornata tra salti e nascondigli, che conosceva ormai bene. La sua momentanea fortuna era infatti che nessuno in quella casa sospettava che lui si trovasse lì, né il gatto, né la figlioletta dei due umani, né il cane stanco. Per raggiungere quella condizione aveva imparato ad essere più silenzioso della polvere che si posava negli angoli e più svelto dell’elettricità che si sveglia al toccar dell’interruttore. Il suo piano era d’esser moderato, perché la moderazione rende invisibili. Prendeva poco e nessuno si rendeva conto della parte mancante. Ecco perché, nonostante vivesse in una casa buona, l’estate aveva caldo e l’inverno aveva freddo, le sue ossa eran tremanti e la sua pancia affamata. Ed anche ecco perché quella mattina era particolarmente nervoso. I suoi piani erano stati sconvolti alla radice da una differenza che era sicuro non c’era mai stata prima e non c’era stata la sera prima: mancava un biscotto. I conti erano precisi. Sul tavolo venivano posti due biscotti. La mattina la figlia si svegliava e andava verso il bagno passando davanti alla cucina. Granello prendeva il biscotto. La madre dava la colpa alla figlia del biscotto e nessuno sapeva nulla. Così era l’ordine delle cose. Così il topino viveva fino a cena, dove in quell’arco che andava tra la televisione chiassosa e la notte sottraeva i resti del pane più piccoli e spariva nuovamente prima che la routine del gatto iniziasse. 

Granello si ritrasse malinconico nella sua tana, tra muro e muro. Si lavò il capino con una goccia che scappava dal tubo che correva verso il bagno e si risistemò il giaciglio creato da un calzino. La mattina era vuota. Se avesse preso quel biscotto rimanente l’avrebbero scoperto. Che la figlia l’avesse davvero preso lei stavolta? S’era forse svegliato tardi? C’era forse concorrenza? Questa idea lo sconvolgeva. Granello era l’unico topino che Granello conosceva. Altri topini forse, gli avrebbero fatto paura. 

Giunse alla conclusione che in quest’ultimo caso, avrebbe dovuto prepararsi. Forse avrebbero colpito nuovamente, e doveva stare all’erta. Il suo sguardo si spostò verso il suo più importante tesoro, che brillava piano su una parete, vicino ad un centesimo la cui decorazione gli piaceva assai: un ago. Avrebbe dovuto difender la sua magra vita, in qualche modo. 



Nocciola, tra il lettuccio di piume e il tavolino di corteccia saltellava impaziente. Non poteva più riprender la via del Grande Masso e doveva conservar la gioia per il tavolo. Doveva stare più attento. Forse era meglio provarci di giorno, quando poteva veder le ombre dei cacciatori stagliarsi sul caldo terreno, ma la casa sembrava più colma di pericoli. Decise di fare un’ispezione e, se tutto fosse andato bene, avrebbe pure tentato nuovamente il suo grande furto. Non sapeva perché, ma tutta la paura di ieri gli aveva lasciato solamente una grande agitazione euforica, che desiderava essere colmata dal pericolo. Passando tra i fiori gialli, delle api lo salutarono, e trovò, aggirando il Grande Masso, un cespuglio di bacche, scure e morbide, d’una dolcezza che gli diede energia. Con alcune bacche come merenda, entrò nuovamente nella casa, larga e spaziosa, lucente. S’accostò dietro una porta, e vide uno degli umani uscire. Era il più piccolo dei tre, ed aveva il pelo biondo e lungo sulla testa, stretto in due trecce grosse. Era più vicino di quello del giorno prima, e quando si voltò, lui si nascose ancora di più. Appena vide che si allontanava, si diresse verso la cucina, zampettando. Salì su un ripiano liscio e marmoreo, guardandosi intorno. I frutti erano strani e colorati. Girando su sé stesso uno giallo e lungo catturò la sua attenzione. “Che strano!” si disse “chissà che sapore deve avere! Gli umani son proprio peculiari!” Si allungò per toccare la buccia liscia ma qualcosa di lucente ed appuntito emerse dalle ombre e gli punzecchiò la zampina. “Ah!” squittì Nocciola e si voltò di scatto. Un musetto sciupato che non aveva notato prima emerse da dietro la ciotola della frutta. “Ladro!” disse il topino cinereo che gli stava davanti, con l’arma tra le zampine “dunque sei tu! Era come pensavo!” Nocciola notò che la voce gli tremava un poco. Una grande gioia lo prese. Un topino! Come lui! Non era solo, dopotutto. “Sei un topolino!” squittì felice. 

“Hai degli occhi” affermò l’altro. 

“Io sono Nocciola-di-Bosco! Come ti chiami tu?” 

“Che t’importa. Và via. Questo è il mio posto. Se ti dovessero scoprire, ci passerei anche io! Tu non stai star qua!” disse quello grigio, agitando lo spadino aguzzo, “E poi” disse “m’hai rubato il pranzo! Non sai come funziona qua. Sciò!”

Nocciola abbassò le orecchie tonde. Si sentiva un po’ in colpa, il primo topino che incontrava era già suo nemico! Gli tese le bacche “Guarda!” gli disse “ti regalo queste, che son buonissime, per ripagar il biscotto.” 

“Cosa sono?” disse non convinto il topino grigio.

Nocciola squittì ridendo “Ah! Non sai cosa siano le bacche? Com’è possibile?”

Il topino grigio si corrucciò “Tu non sai cosa sia la fame! Rubi il cibo e ridi degli altri! Và via! Non voglio le tue “baghe” o qualsiasi cosa siano!” 

Nocciola lo guardò triste, fece per allontanarsi ma prima di scendere dal ripiano posò le bacche e si voltò verso il topino che lo guardava spelacchiato. “Scusami, davvero” mormorò, ma l’altro non rispose. Nocciola scappò via dalla casa. 

Sulla strada del ritorno pianse un po’. 




Granello strinse con entrambe le zampine l’ago e respirò profondamente. Aveva una gran paura e la mente in subbuglio. C’erano tante cose a cui pensare. Un topino, un topino era entrato nella casa dalla campagna e aveva rubato. Quanti dovevano essercene dunque? Era l’unico? Aveva detto di chiamarsi Nocciola-di-Bosco. Da una parte s’era pentito di non avergli detto il suo nome, ma chissà cosa avrebbe potuto fargli! Era un ladro dopotutto! Gli aveva lasciato quei frutti strani, tondi e violetti per scusarsi..puah! Scusarsi. Era in pericolo, terribile pericolo. Avrebbe dovuto lasciarle là, potevano essere avvelenate quelle ..”baghe”..ma la pancia gli sembrava un incavo. Le prese velocemente, ed odorando l’aria per vedere se aveva il via libera, scappò nella sua tana spoglia. Si sedette sul calzino e guardò quei frutti. Ne odorò uno e lo addentò con i suoi dentini da topolino. Era dolce e buona. Veloce le mangiò tutte ed entrò nel calzino tremante. Se doveva morire sarebbe morto al calduccio. Si ricordò del suo ago, uscì dal calzino, lo raccolse veloce da terra e lo rimise al suo posto vicino al centesimo e corse nuovamente nel calzino. Non riusciva a togliersi Nocciola-di-Bosco dalla mente, e lo vedeva correre, marroncino, con i suoi pensieri. Era un topino vivo e sano e con il pelo folto e lucido. Era anche più grande di lui, “solo di qualche millimetro!” disse a sé stesso. Com’era possibile? Granello viveva in una casa. Nocciola-di-Bosco doveva vivere in qualche pozza umida e fredda e terribile e sporca e triste come una spelonca. Sì, doveva esser così. Non come la sua tana. Triste, sola e umida e fredda. Non sporca. Sporca mai. Granello era molto pulito. Ne andava assai orgoglioso.  Rodeva dentro di lui l’altro topino. Che voleva! Che voleva! Lui, Granello, era fatto per stare solo. Soli si faceva più in fretta. Solo era vissuto fino a quel momento. Come si sarebbe mai abituato alla presenza d’un altro? Lui, si disse, stava bene così.  




I giorni passarono, ed uno strano languore occupò Granello-di-Polvere. 

La mattina trovava il suo biscotto, che mangiava contento, ma nulla aveva ancora eguagliato il sapore delle “baghe” di Nocciola-di-Bosco. Le giornate eran grigie e senza ragione alcuna, ed ora più di prima, si ritrovava a guardar fuori dal vetro, in attesa di qualcosa di impreciso, ignorando le idee che lo facevano navigare in fantasie sciocche, e rimanendo in un limbo di indecisione che lo faceva attendere più tempo fuori dalla tana, sospeso sul pericolo che l’aveva dimagrito così tanto. Il tempo, aveva notato, aveva iniziato a divenire del colore del suo pelo, ed ora, spesso, le nuvole troneggiavano grigiastre, spintonandosi tra loro per vedere chi avrebbe piovuto prima. Sospirava spesso nella sua calza, guardando con i suoi occhietti stanchi le forme del suo amato centesimo, rabbrividendo nell’umido dei tubi che lasciavano le gocce cadere fredde sul pavimento. Sperava, ed odiava riconoscerlo. Soppesava l’ago tra le zampine, e sebbene sentisse che non c’era più bisogno di portarlo con sé, una qualche fantasia gli diceva di portarlo alla sera, quando andava a caccia delle briciole, “nel caso..” mormorava. E la fantasia gli diede ragione quando un giorno di pioggia, spuntò il capino imperlato di umidità di Nocciola-di-Bosco. Tremava per il freddo, e si nascondeva negli angoli della cucina. Granello-di-Polvere notò con un certo senso tra il divertimento e l’orgoglio che lasciava la coda spuntare, e non sapeva ritirala per sé. Aspettò di trovarlo vicino e sgusciò alle sue spalle e disse in uno squittio basso “ti si vede la coda” 

Nocciola-di-Bosco sussultò, poi s’illuminò, e si rattristò. “Non mandarmi via, ti prego” disse. 

“Perché non dovrei” 

“Perché ho fatto tanta strada nella pioggia per venire qua” 

“E perché mai sei venuto in primo luogo” ed agitò l’ago sotto il nasino di Nocciola. 

“Ho pensato! Chissà come sta l’unico topino che io conosco con questa pioggia! E son venuto a trovarti. E poi, voglio davvero tanto provar un biscotto.” 

“Ah! Ed io che son quasi cascato nella tua preoccupazione! Ladro!” 

“Ma rimane ancora un biscotto!” disse Nocciola

“Non prenderlo, o capiranno che qualcuno ruba, e che non è la loro figlia”

“è la loro figlia?”

“Sei stupido quanto sembri?”

“Son tutti uguali gli umani ai miei occhi! Non riesco a distinguerli, davvero”

Granello spinse Nocciola più nell’ombra. Tese l’orecchio magro, qualcuno stava arrivando. Gli fece segno di fare silenzio e Nocciola annuì. Il padre stava entrando, e quando avrebbe acceso la luce si sarebbero visti perfettamente. Granello rabbrividì. Prese per la zampetta Nocciola e corse verso il mobiletto sopra al quale tenevano la frutta. L’uomo accese la luce. 

“Questo è il padre” gli sussurrò Granello. Nocciola gli fece le spallucce, guardando le grosse scarpe avvicinarsi. L’uomo spostò delle cose sopra i loro capini. 

Rimasero un po’ in silenzio, guardando con i loro occhietti neri l’andirivieni degli umani nella stanza. Dicevano qualcosa, si separavano, poi tornavano. Sembrava durare ore. Granello prese coraggio. “Sapevo saresti tornato” gli squittì sussurrando “per questo ho tenuto la spadina" 

“Come lo sapevi?” disse Nocciola meravigliato. Poi s’adombrò “Addirittura la spadina l’hai tenuta per me”

“Sì. E lo sapevo perché sembri abbastanza stupido da tornare”

“Non sono stupido. Io sono stato dentro e fuori alla casa! Tu non sei mai uscito di qui, si vede! Non sai nemmeno cosa sono le bacche!” 

Granello drizzò le orecchie. Le baghe! 

“Alla fine le hai mangiate eh?”

“Abbassa gli squittii!” 

“Sì sì” sussurrò Nocciola “alla fine le hai mangiate, e scommetto che ti sono piaciute” 

Granello si voltò facendo finta di niente.

“Mi perdoni per il biscotto?”

“Non lo so” 

“Almeno mi dici come ti chiami?”

Granello si strofinò gli occhetti. Non aveva mai parlato così tanto con qualcuno. “Mi chiamo Granello-di-Polvere”

Nocciola ridacchiò squittendo “Assomigli un po’ alla polvere!” Granello si strofinò nuovamente gli occhietti imbarazzato. La luce si spense. Nocciola si buttò fuori. “Aspetta!” gli disse Granello, ma Nocciola stava già salendo sulla sedia per andare a prendere il biscotto. 

“Nocciola-di-Bosco! A quest’ora arriva Passo-di-Piuma!” 

“Passo-di-Piuma?” squittì Nocciola “chi è?” 

“Il gatto!” disse esasperato Granello, e si affrettò a salire verso l’altro topino “sii svelto!” 

Nocciola s’era già caricato il biscotto sulle spalle e correva verso di lui, e scesero in fretta dal tavolo, quando incontrarono due occhi trasparenti e lucenti. “Non uno, ma ben due” miagolò sornione Passo-di-Piuma. 

“Sali!” squittì Granello a Nocciola, e si arrampicarono nuovamente sul tavolo. Con un balzo Passo saltò direttamente sul tavolo e i due topini indietreggiarono. Allungò la zampa verso di loro e corsero, zampetta nella zampetta verso un ciotola. Il gatto colpì quella, che cadde rumorosamente sul pavimento. 

“Eh!” disse una voce fortissima “Che succede? Zorro scendi giù!” Il gatto miagolò più forte. La luce si accese come stella, e accecò per un momento i due topini. La ragazzina vide Passo-di-Piuma sul tavolo, e poi, i roditori. Ed urlò. Fortissimo, e confuse le menti dei topolini. Fù un’esplosione di suoni. Nocciola avrebbe voluto vomitare, ma Granello lo tenne stretto e lo spinse giù dal tavolo. 

“MAMMA CI SONO DUE TOPI” urlava la ragazzina. Nocciola e Granello corsero e corsero, con Passo alle calcagna. 

“Zorro prendili!” strillò la donna. Passo-di-Piuma soffiò e Nocciola gli lanciò il biscotto sul muso. 

“Topo maledetto!” miagolò Passo. L’uomo sollevò la scarpa e l’abbassò all’improvviso, cercando di prender Granello, ma Nocciola lo tirò via, mentre la donna li sospinse verso il muro con una scopa dalle setole dure. Nocciola si sentì spingere verso un corridoio più lungo, e finì in un ambiente buio e polveroso. Si rimise in piedi tossendo e vide Granello, con lo spadino nella zampina, sparuto e tremante, l’immagine del coraggio. Colpì la zampa morbida di Passo-di-Piuma con lo spadino. Il gatto miagolò addolorato e soffiò, ma Granello avrebbe continuato a colpirlo se Nocciola non l’avesse tirato nel buio con sé dalla coda magra. 

“Dove siamo?” chiese impaurito il topino marrone. “Non preoccuparti Nocciola-di-Bosco” disse Granello, “conosco una via. Seguimi.” e avanzarono nel buio. 




Giunsero a quello che a Nocciola parve una prigione. Poche cose metalliche ed un tessuto stavano in quell’antro umido, ma Granello pareva esser a casa perché poggiò lo spadino al muro e si sedette sulla calza arrotolata sul pavimento. “Vivi qui?” chiese Nocciola. 

Granello annuì “Ma non per molto. Ora che sanno che ci sono dei topi..” rabbrividì al pensiero “metteranno trappole, e veleni. Ci faranno uccidere. Mi faranno uccidere.”

“Non accadrà, vedrai.” mormorò Nocciola. 

“Non ho nessun luogo dove stare”

“Puoi stare da me” disse Nocciola convinto “è molto meglio di qua” 

Granello lo guardò.

Nocciola si strofinò gli occhietti scuri. “Scusa, non volevo insultare la tua casa, ma almeno, la mia, non è fredda. Ho una porticina!”

“Davvero?”

“Sì”

“No, intendo, davvero mi ospiteresti?”

“Certo”

“Ma io ti ho cacciato via da qua”

“Ma mi hai anche salvato la vita” 

Granello s’alzò un secondo ed avanzò verso di lui. Poi si voltò verso un pezzo di metallo tondo. “Non posso lasciare qui le mie cose, non è molto, tanto”

Prese il cerchio ramato con un disegno strano sopra. “Questo è il mio centesimo” disse. Era lucente. 

“A cosa serve?”

“Gli umani li contano e li conservano. è bello” lo tenne tra le zampine e poi lo mise dentro la calza, che arrotolò fino a farla diventare un rotolino. Con un filo la legò al suo corpicino esile e prese lo spadino. “Andiamo, usciamo fuori da qua”

“Aspetta” disse Nocciola, e gli tolse quel fagotto improvvisato. “ti rallenterà. Io sono più grosso di te, lo terrò meglio” e se lo mise sulle spalle. Nocciola seguì Granello tra i tubi e le crepe, sembrava un labirinto che non finiva mai. “Non sono mai uscito, è vero” gli diceva il topino grigio “ma so come andare via da qua, tenevo sempre una porta per emergenza.” Lui, Nocciola, non ci avrebbe mai pensato. Ai suoi occhietti scuri e vivaci, Granello era davvero saggio. 



Uscirono e la sera li accolse. L’aria crepitava dei fulmini passati e l’erba si piegava pesante di pioggia. Nocciola gonfiò il petto. Ora era il suo turno a guidare. Camminarono svelti tra gli steli, mentre Granello sgranava gli occhi ad ogni cosa che vedeva, dalle zanzare che s’affrettavano verso le luci della casa che ancora toccavano le loro schiene, alla vastità degli spazi, immuni dall’aver pareti, che al topino parevano straripare fuori dalla sua comprensione, infiniti, come le routine dei giorni stanchi. “Andiamo” sussurrò Nocciola, quando Granello si diresse verso il Grande Masso. “Che forma strana!” sospirò il topino “che bellezza!” Nocciola sorrise e andarono avanti, quando il topino color cannella sentì un sibilio familiare. 

“fuori a quesssst’ora tarda, topolini?” la biscia sibilò lisciamente. Scivola-la-Terra era il suo nome. e con i suoi occhi verticali. 

Nocciola spinse indietro Granello. “Sali sul Masso, svelto!” gli disse e corse mentre Scivola-la-Terra lo raggiungeva. “Non oggi, non oggi” piangeva dentro di sé il topino. “Possso raggiungervi comunque!” rise la biscia. “Granello, dentro il fiore!” disse disperato Nocciola. 

“Come vado dentro un fiore? Cadremo!” 

“No!” disse Nocciola, e fece un salto dentro un tulipano giallo. I petali lo sommersero, e fece per allungare la zampetta a Granello, quando un’ombra nemica oscurò il topino color cenere.

“No!” urlò Nocciola, e tirò con sé l’amico. Il tulipano, pesante, iniziò ad ondeggiare e a calare verso terra dove li attendevano le fauci spalancate di Scivola-la-Terra. L’ombra del falco s’abbassava sempre più, e quando la coda di Nocciola era ormai quasi tra i denti della biscia, quest’ultima parve sollevarsi all'improvviso. Mentre Scivola-la-Terra si dimenava tra gli artigli d’un falco, i due topini calavano a terra, rotolando via dal tulipano. La sentirono urlare, fino a che non divenne solo un sibilo lontano. I due topini si strinsero. “Veloci” disse Nocciola “dobbiamo essere veloci” 

E s’inoltrarono nel bosco. 



La casa di Nocciola era un buco in una quercia e la casa più bella che Granello avesse mai visto. Era calda ed odorosa e piena di cianfrusaglie e piume e gusci e chiocciole vuote. Aveva una porticina di legno tonda e una lucciola che viveva là di nome Accendi-la-Sera faceva luce in cambio di lumachine. Nocciola srotolò la calza e la mise su una corteccia sepolta dal muschio e dalle piume “Così farà più caldo!” Lasciò che Granello sistemasse il suo centesimo dove più gli sembrava giusto e appoggiò lo spadino alla parete legnosa. L’ospite lo fece sedere su un sassolino che faceva da sedia e gli disse che avrebbero cenato, portando dei petali rosa e sistemandoli sulla tavola in legno. “Ma non abbiamo più il biscotto” disse Granello. “Non importa! Era destino che io non mangiassi mai biscotti” rise Nocciola “ma ho questi pinoli buonissimi! E guarda! La pigna da cui li ho presi è diventata uno scaffale!” Granello si voltò, non l’aveva ancora notata. Si sentì di sorridere, Nocciola era così felice in quel momento. Usò un guscio di Noce per servirgli i pinoli, ed una mora, due bacche con del miele cosparso di polline. Granello mangiò di gusto, contento, con un tepore dolce dentro, mentre Nocciola parlava, parlava tanto, come se fosse la prima volta che parlasse. Gli disse tante cose sciocche come che aveva creduto che lui, Granello, fosse uno degli animali degli uomini, che credono di esser uomini loro stessi, e tante cose grandi, come le stagioni nel bosco, e come prender le lumache. 

E così, immerso nell’odore della resina lenta, nel frullio della lucciola, negli squittii morbidi di Nocciola, nel miele dolce e nelle piume dei pulli dei merli, s’addormentò bene dopo tanto tempo, felice d’una felicità buona. 


FINE.








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Excerpta ex Turris