Opponere draconem est prehendere vitam; prologo.
Opponere draconem est prehendere vitam
Prologo
Talvolta, quando Scirocco soffiava sull’isola di S… spettinando i campi e tirando le chiome degli alberi rossicci, ogni sasso pareva sudare scintillante per le strade di campagna, e le giovani si sventolavano i capelli intrecciati, reclinando il collo, e facendo sorridere i ragazzi.
Scirocco era un vento lungo e piatto, come una biscia, o come un dragone, di quelli che descrivevano i marinai. I marinai amavano però, allora, spiaggiarsi nelle tante osterie e locande gettate sulla costa abitata dell’isola, a sud-est, guardando negli occhi le rotte più antiche. Era l’unica parte con sabbie dolci, e insenature molli, che cambiavano presto temperamento, per culminare a nord-ovest in un soffio felino, di aguzzi denti, minacciosi verso cielo e il suo fratello terreste mare, e fingendo di essere la muraglia di qualche fortezza invalicabile. Non che ce ne fossero, sull’isola di S… di fortezze, quella era abbastanza. Ma avevano un buon monastero ed una chiesa che conteneva tutti e quei pochi che non impazzivano per mare, o forse solo quei folli che continuavano a pregare dopo aver visto il tumulto marino. E ne raccontavano di pazzie e sciocchezze, i marinai, tra brocche e donne, fingendo di voler scordare le loro stesse avventure, o di dover fare grande ricerca tra i mille soli che avevano visto, insistendo che c’erano coste impossibili da solo ammirare, e dove nemmeno per giuoco ci si poteva avvicinar, o per prova di cavo coraggio, perché temibili creature ci vivevano, che mangiavano carni di uomo, e soffiavano fuoco, e parlavano di stelle che incendiavano grandi lucertole. Alcuni sostenevano che passassero proprio per l’isola di S…per evitare codeste creature maligne, e che l’isola era fortunata, perché la sua purezza faceva divenir ricchi quasi tutti, e tutti stavan più felici; nessuno li contraddiceva, ma si sapeva che marinai si riparavano sulle coste dell’isola di S…perché i venti eran malvagi in autunno, e che in primavera i temporali eran tristi e crudeli, gonfi di lacrime.
E Scirocco soffiava, tedioso ma allegro, spumeggiante come la costa quando nessuno vaga per disturbarne il respiro, carico di sabbie rosse rubate a qualche dio dalla testa di sciacallo.
Si diceva, non si sa se per mare tra i legni scricchiolanti, o se tra le scintille dei camini invernali dell’isola di S…, che prima che Dio vegliasse ogni dove, seguendo le le preghiere dei buoni frati e delle buone sorelle, e quando gli uomini ancora venivano facilmente rapiti dalle follie delle ninfe dei boschi, si diceva, già allora non si era ben certi, ma si diceva, che Scirocco, scappato in qualche modo furbo e svelto dall’otre di Eolo, riuscì a fuggir tra le nubi, e per paura di tornar nuovamente incatenato nelle anguste mura di pelle del sacco, ed essendo lui vento, folle e libero nel cuore come un gabbiano zefiri sciolti, scappò in Egitto. Purtroppo, prima di giungere la propria meta, inciampò su uno dei monti dell’Isola di S…, ruzzolò tra le chiome dei pini marittimi, e s’accasciò tra i papaveri sgualciti, ed infine, drogato di sonno, s’addormentò. Il suo sonno, però, non durò nemmeno un giorno, che una fanciulla, non si sa se mortale o fata, lo svegliò per errore; egli aprì gli occhi e la luce di lei gli ferì le pupille. il vento la scosse nel midollo, e cadde verso pietre malvagie, e non si rialzò più. Terribile ! il suo cuore doleva e piangeva, e del volto pallido, circondato dal rosso dei papaveri tinti di sangue, si trovò innamorato, come le lucertole sono innamorate del sole, o come le farfalle si baciano in giravolte nell’aria. E così, il vento Scirocco, che ovunque voleva correre e mai voleva esser incatenato nuovamente, insisteva implacabile a tormentare l’Isola di S…, ululando e piangendo, canzoni d’amore, intorno al picco ed intorno alle ciglia leggere dei papaveri, gorgeggiando e graffiando tronchi e massi in cerca d’un modo per vivere di respiro la sua amata, poi placato dai baci che dava al suo corpo esangue ancora prigioniero tra i massi, promettendole e consolandola, che presto lui avrebbe trovato il modo per tenerla tra le braccia, e così notte e giorno, e giorno e notte, da quando la donna più vecchia dell’isola non era stata immaginata per la prima volta dai suoi antenati.
E nemmeno tutte le preghiere dei Santi nel regno del Signore calmavano quel demone antico, né ci sarebbe riuscito, dicevano gli abitanti ed i marinai che passavano per l’Isola di S…, Belzebù in persona, che i demoni li comandava tutti, come un condottiero o un principe di tutte le malignità. E che grande malvagità era lo Scirocco, che annoiato rendeva anche l’aria pesante, e come un folletto sporcava di manate di rena rossa i teli appena stesi. Tutti brontolavano che la testa era come un cesto di ferro, e tutti s’accasciavano come ubriachi su i tavoli all’ombra, e nessuna donna puliva il pavimento senza poggiare il capo sul muro freddo almeno tre volte.
Ma nessuno pareva curarsene, mentre quel giorno che era stato un Mercoledì zampettava via timoroso, e Scirocco serpeggiava e meditava uno scherzo.
A nessuno importava. Difatti, tutti, mentre il sole tremolava via sulla linea della notte, e Giovedì stiracchiava le ossa, erano ben svegli, e le madri riuscivano a malapena ad addormentare i più piccini, che parevano, tante fiammelle su candele appena accese, i loro occhietti cercavano il familiare pennacchio che s’avvolgeva sinuoso come un pitone attorno al Picco dei papaveri.
Qualche anno prima, un giorno sfortunato, ah, il più infelice dei giorni, che il Signore aiutasse l’isola !, pregavano le anime più pie, s’era ritirato in una casupola scura e gonfia, un mago, ebbene sì, un mago vero, che veniva da qualche altra isola, molto più piccola, sassosa e forse cristiana, o musulmana, o qualcosa di diverso ancora: Isidoro era il suo nome.
Era, egli, un giovane secco, che sarebbe stato di bronzo, se avesse mai visto il sole di propria sponte. Invece sgattaiolava fuori la notte, “per chiamare il demonio!”, diceva qualcuno di più saggio con severità, o qualcuno che sapeva di alcool e di sale, e diceva d’aver visto streghe che succhiavano il sangue ai teneri bambini, nelle coste occidentali; e tutto il giorno Isidoro dormiva, ed il suo grosso forno che lui chiamava “Piger Henricus” quando borbottava fumo bianco, scatenando nelle vecchie e nei giovani il bisogno di consolarsi con il segno della croce. Accusato di magia, egli scuoteva la lucida chioma increspata dalla pioggia e dai fumi di cui la sua dimora era rifugio, ed insisteva “no, no, è Scienza Dei!” e sorrideva, in modo strano, perché le sue labbra erano fini e scure ed i suoi denti erano sgradevoli, sottilissimi e bianchi, chiaro segno di stregoneria, sebbene Isidoro dicesse che aveva letto in un papiro, quando ancora era stato un monaco vicino a Bisanzio, ma non proprio là vicino, insomma, in un luogo lontano, che nessuno conosceva, ed era sicuramente una menzogna da stregone, che si poteva, così sosteneva, usare una spazzola su un pastoncino piccolo piccolo per farli così bianchi e fini. Erano i denti di un mago, fine della discussione, dicevano le vecchie, e loro ne sapevano di cose, vecchie com’erano, ed erano così sottili per rompere meglio le carni delle vergini e succhiare loro via il sangue, che rendeva i denti così chiari e slavati.
Lucia la svelta, che era giovane ed amava correre e spiare e saper ogni cosa, aveva visto, mentre Isidoro di giorno dormiva nel suo lettuccio stretto, avvolto come un bruco nella pupa dalle coperte con macchie giallastre, che dentro quel forno maledetto teneva una scatola di ferro a forma di uovo. Lucia gongolava ed amava descrivere come brillasse quell’uovo malefico, che solo lei aveva avuto il coraggio e la scaltrezza di vederlo per bene, e che nessuno dei giovani del posto poteva anche osare di chiederle la mano, perché eran tutti codardi.
Tutti, e proprio tutti, sapevano che qualcuno aveva rubato delle galline da una fattoria dietro alla collina, e che Isidoro rubava i veleni e la pelle ai serpenti, e se uno più uno faceva due, dunque là nel forno, ben al sicuro, Isidoro poteva star covando un basilisco, che era una cosa immonda ed ingiusta, ma qualcuno disse che la gallina nel forno sarebbe bruciata, e che era fondamentale, ed il prete zittì tutti per impedire di parlare di tali cose terribili e demoniache. E poi, quel giovane magro e cattivo, che poteva guardare storto per far sentire un uomo male, e segnava sulle pietre simboli strani che chiamavano gli spiriti, e le fate, e le ninfe che eran state scordate ed aveva abbandonato la vita santissima monacale che l’avrebbe salvato di certo, per cadere tra le dita aguzze del Maligno ed era diventato suo servo sull’Isola di S…portando con sé cornacchie e lumache ed altre piaghe, si vantava, ebbene sì, egli si vantava ! d’aver trovato una medicina che poteva guarire ogni cosa, come se lui fosse stato Iddio ! e pareva di sentire una diavoleria, perché la morte e l’afflizione sono benedizioni che può assegnare solamente il Signore, ma anche il diavolo, e anche spiriti malvagi, ma ancora ! lui la chiamava Azoth, e decisero tutti unanimemente che nome più demoniaco non poteva di certo esser pronunciato, o inventato.
Ebbene, all’orlo del Giovedì, mentre l’Isola di S. si preparava tutta per dar fine a quella scellerata follia, e far tornare quella terra timorata di Dio, scordar come il vento era diventato più malvagio ed insidioso all’arrivo del mago, Isidoro s’era sentito più impaurito del solito, nelle notti precedenti, dunque lavorava su i limoni e la melissa, che sapeva significava ape, e gli metteva pace e speranza nel cuore che stritolava nel petto. Isidoro meditava, non badando a come Scirocco si fosse messo a sputare sabbia rossastra dal cielo a mo’ di scherno, pretendendo che i mortali chiamassero la sua monelleria, pioggia. Il limone era un’erba di fuoco, il pianeta Giove, secondo i suoi tomi rubati, alcuni comprati, altri copiati..l’alba di Giovedì era perfetta, Isodoro annuiva, mentre l’Anathor, il suo forno, tossiva. “Ah, Piger Henricus”, sorrise Isidoro, spiegazzando il suo volto in un sorriso dai denti sottili, facendo apparire la sua pelle troppo larga per il teschio suo. I pensieri del limone stavano già sfuggendo alla sua presa, avrebbe dovuto iniziare daccapo presto “M’hai ormai distratto. Vedi di non ammalarti, mio caro forno. Fammi controllare come sta crescendo il nostro bambino”. Mosse con le pinze l’uovo di ferro, e lo aprì un poco, controllando l’uovo bianco e nero al suo interno, sepolto da penne e piume di galline. Poteva vedere la sagoma del nascituro, la codina arricciolata, il musetto da lucertola spinosa, non ancora grande quanto avrebbe dovuto essere. “Il mio piccolo?” sospirò Isidoro, “il mio piccino! Ancora qualche giorno e sarai cotto a puntino, e la testolina tua potrà coprire parole come “qui” e “là” e “no” e “sì”. Ma ora, sei solo fuoco, e non sai ciò che ti dico! Ma non temere, io parlo con te sempre, mia creatura di fiamma, io ti parlo, e ti parlo della melissa”.
La pioggia granulosa s’appiccicava ai vetri con dispetto. Isidoro si rigirò la melissa tra le dita, un poco imbronciato. Oramai gli abitanti dell’Isola di S… gli lasciavano prendere ciò che desiderava, spaventati come pulcini del suo sguardo, che li ferisse al cuore e che facesse il loro latte inacidire. Non che lui lo sapesse fare per davvero, mica era un mago. Ma egli credeva che ogni cosa fosse del Signore, e nel Signore ogni cosa doveva esser di tutti. Dunque non gl’importava più di tanto, Lanciò un’occhiata affettuosa all’uovo e si portò la Melissa al naso. “Eppure sa di limone, limone!” esclamò “Non miele. Non ho mai sentito un’ape che sappia di limone. Che nome han mai dato alla Melissa? è tutto, tranne che Vero, dunque, è male. Ah, ma devi dormire, mia creatura, ora devi dormire”. Isidoro chiuse piano l’uovo di ferro, e lo mise nuovamente dentro l’Anathor, mentre spezzava l’erba secca tra le mani, sbriciolandola senza pietà. Mise tutto in un mortaio di pietra, e mentre usava il freddo pestello per creare la polvere odorosa di melissa, fissava senza attenzione il brillar nel buio d’un topazio tra gli scaffali, tra altre pietre colorate, ed erbe d’ogni tipo. Chiuse gli occhi mentre la mano si muoveva per sua propria volontà, ed il pestello cadeva sordo e tintinnante nel mortaio, la polvere diveniva soffice come le sabbie delle isole che Isidoro aveva conosciuto da bambino. Le palpebre tremavano, la pioggia ballava, confondendosi con passi lontani. Il respiro si fece tremulo, vedeva, nell’occhio della mente, solamente le foglie verdi e leggermente pelose della melissa, gli parevano il velluto dei vestiti dei nobili, e ora le spezzava, come il pane che teneva la carne di Dio, la testa gli girava, la luce della melissa, no era della candela ovviamente, no, era dentro la melissa, era Giove, sì, era Giove che brillava ! Isidoro dondolava, avanti ed indietro, perso nel sogno alchemico, i passi lontani eran ora pesanti, no, la porta, era la porta! O forse era la pioggia? Era Giove che si muoveva sulla nota universale!
Non fu nemmeno avvisato. S’insinuò nella nota una preghiera che conosceva in un tempo lontano, le parole s’impigliarono nella melissa, affiaccandone la luce, e all’improvviso, nella sua stanzetta c’era il prete dell’Isola di S…, e due uomini che Isidoro aveva visto qualche volta pescare, o parlottare vicino ad una locanda, gli annodavano un laccio ad i polsi, e lo spingevano via, le sue pantofole morbide lo facevano inciampare, e disperato si voltò verso l’ Anathor “che fate? che fate!” s’agitò, svegliandosi da una nebbia che gli era parsa per un momento impenetrabile. I due uomini lo tennero per le braccia “Sei accusato di stregoneria, mago”, disse uno di loro, ma lui sentiva a malapena, i capelli increspati sugli occhi e la bocca. “No! No! Non sono un mago! Ve ne prego!” I due buttarono a terra i libri al loro passaggio, altri entrarono, intascando le pietre scintillanti, gli occhi sgranati davanti a tanta ricchezza, donata dal Signore, così, per aver catturato un mago, ed uno di loro ridacchiò alla Bibbia greca nascosta sotto al cuscino del lettuccio. “Non potete! Non sapete..” gli occhi di Isidoro ansimavano sul grande forno ciclindrico, che ancora tossiva. Il prete, un uomo non molto alto, che portava ancora i segni della giovinezza nelle gote, s’avvicinò, acchiappando il suo sguardo, e seguendolo in silenzio. “Qui? è qui che nascondi i demoni? Allora, giovane Lucia ha detto il vero”. Isidoro sentì il suo naso scaldarsi ed i propri occhi pizzicare. “No, non demoni! Ve ne prego. è ancora un bambino, non fatelo uscire! Ve ne prego!”
“Ah! La confessione! Cresci demoni in questo immondo utero!”, il prete gli puntò il dito davanti. “Lo sapevo! Il Signore mostrerà se dici il vero quando affermi di non essere mago. Lo mostrerà adesso!”. Isidoro sentii la follia crescere in sé, e tentò di liberarsi, fiumi di dolore e disperazione al pensiero della sua creaturina di fuoco, e non poté non piangere, il cuore gli annegava in una disperazione tale che gli parve un coltello ben posizionato nel petto. Guardò il prete ed un pescatore, tremando, aprire l’Anathor, muovere con le pinze che aveva lasciato là vicino, l’uovo di ferro, e sbatterlo a terra. Urlò di terrore, la nausea scottò acida la gola. Pensava già al suo bambino, di cui aveva visto l’ombra del respiro animargli il sonno, mescolato a sangue e cenere, la ceramica dell’uovo come crudeli pugnali su quel corpicino non ben concluso, debole e delicato. Venne aperto il ferro con un calcio infame, le piume e le penne scaldate rotolarono fuori, insieme a liquido incolore sparso. Silenzio.
Era forse già morto, là dentro, il colpo fatale? Isidoro sentì le sue ginocchia diventar di mollica ed acqua, ma le mani decise dei due uomini lo ressero un poco.
Un altro calcio, un piccolo rumore. “Bene! Il demone non è riuscito a nascere” disse sollevato il prete, avvicinandosi all’uovo di ferro e piegandosi per osservarlo meglio. La pioggia pareva ridere, schiaffeggiando appiccicosa la porta aperta ed il tetto con canzonatorio furore. “Il potere del Signore l’ha trasformato in piume e acqua, o forse il mago Isidoro non è stato abbastanza furbo nei suoi accordi con i demoni, ma del resto, che furbizia può mai avere un mago se non quella del tipo più nefasto ed infimo, come la sua mente..?” Uno dei pescatori che stava intascando le pietre che Isidoro aveva raccolto nelle spiegge più remote, e nei mercati più caldi, sghignazzò, forse più per il bottino che per le parole del prete, ma Isidoro non se ne accorse nemmeno, singhiozzando al silenzio dell’uovo di ferro, mentre Scirocco rideva senza fermarsi al dolore altrui, ora suo fratello nel lutto, soffocando le piante ed i papaveri. Il prete sorrideva tra sé e sé di una soddisfazione aperta, vittorioso contro tale maligne creature che dovevano essere il mago, e la sua genìa di diavoli e follie simili, provenienti dalle fosse fiammeggianti dell’inferno. “Guardatelo! Piange. Piange, perché sa che ha commesso un peccato mortale contro il Signore. Ammettilo..ammettilo..!”. Si piegò verso l’uovo di ferro, per sollevarlo, forse per mostrarlo alla folla fuori, che guardava come tanti gufi ciò che avveniva nella casupola. Ci fù un rumore soffocato, come se un rospo avesse gracchiato nella propria gola, senza aprir bocca.
Qualcosa di marroncino, bagnato ed appuntito si avvinghiò al lobo dell’orecchio del prete, colando scuro liquido viscoso e vitale, facendo un rumore piccolo e gorgogliante.
Tutto iniziò a prender vita. Il prete urlò, e continuò ad urlare, tentando di aprire la morsa affilata della creatura. Gli uomini si gettarono sullo sventurato, tentando di strappare via la creatura con il capo da lucertola, che pareva aperto, e leggermente incavato, dove la membrana pulsante della sua anima e del suo morbido cervello dimorava. I due che tenevano le braccia di Isidoro iniziarono a spintonarlo all’indietro, poiché il mago, vedendo la creatura saltar fuori dall’uovo ed attaccare il prete, con il volto tra la dolcezza della pena ed il dolore di chi sa che il proprio figlio è nato mortale, si mise a lamentare in maniera incomprensibile, muovendo scomposto le braccia legate, e le gambe, perdendo una pantofola nera e singhiozzando “Lasciatelo! Per carità, lasciatelo!”. Ma sebbene ben tre uomini tirassero la codina spinosa alla creatura, l’esserino non mollava la presa, finché non strappò con gli affilati dentini l’orecchio del prete come se fosse stato carta bagnata. L’urlo dell’uomo pio sovrastò il canzonar della pioggia di Scirocco, e fuochi danzanti nella nebbia notturna si strinsero ancora di più intorno alla dimora. “Lasciatelo! Il piccolo morirà in ogni caso al freddo! Lasciatelo morire in pace!” piangeva Isidoro, mentre veniva transportato fuori con le gambe in sù, verso la folla arruffata e curiosa, ed i bambini che erano riusciti sfuggire dalle grinfie dei genitori stanchi inseguirono i due uomini ed il terribile prigioniero in lacrime, che si agitava come un lenzuolo.
“Prendetelo!” qualcosa cadde nella casa, ed Isidoro in lontananza s’agitò ancora di più. “Per Dio, prendete quella creatura del diavolo! No! è sfuggito!” il prete ansimava, uscendo tremante, indicando i papaveri sconvolti, mentre perdeva colorito, e cadeva, il sangue macchiando la terra. Il suo dito per un attimo seguiva ancora le ombre, giù, giù, verso i monti bucati di grotte, e le foreste danzanti.
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| Guillaume de Machaut; Poetical Works, Manuscript (Ms. Français), 1586. |




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