antiche novelle: il frate e il picchio








I

pioggia


Le piogge non trascinarono via né gli affanni di fratello Claus da Feuchtwangen, né quelle dei suoi confratelli. Al contrario, le gonfie proteste celesti parevano voler ricordare la loro presenza apparendo sempre più come un’antica minaccia, tanto che, fratello Egge il Muto, che muto non era affatto, sentenziò che era chiaro, chiaro! che il Signore stesse punendo il loro disgraziato monastero. Fratello Claus da Feuchtwangen non riuscì proprio a dargli torto, poiché fratello Egge era molto più vecchio e saggio di quanto poteva esserlo lui, e poiché fratello Claus da Feuchtwangen era timorato di Dio, ed ogni cosa grande ed incomprensibile poteva senza dubbio esser una punizione sul labirinto della propria mente, ed i tuoni che rimbombavano come innominabili dei pagani incapaci di trovare uscita, ed i fulmini che graffiavano il paradiso ed il suo cranio sotto la tonsura che minacciava di ricrescere, minacciavano di portare via tutto con sé, come il Diluvio Universale. 


Nessuno, si dicevano tra loro, aveva mai vissuto una stagione tanto crudele - l’estate passata aveva ricevuto lo stesso titolo, quando stropicciava ogni cosa e s’attacava alle carni come una viscosa pelle di rana. Eppure pareva che i mesi di furia non passassero mai, mai! e fratello Claus da Feuchtwangen poggiava la testa sul pagliericcio dopo Compieta con il rumoreggiare dei tuoni ed apriva gli occhi a Lodi mentre il cielo ancora cantava. Dapprima l’umido aveva gonfiato le porte, fino a che nessuno era riuscito più ad entrare nella vecchia cripta nemmeno per pulire; ed i capelli d’alcuni s’erano un po’arricciati, ed allora fratello Claus da Feuchtwangen s’era divertito. Poi l’orto era annegato, le tombe s’eran dissestate, e la biblioteca era stata sprangata per ogni evenienza. Spesso si riunivano in preghiera, per scacciare quei grigi e roboanti vessilli nemici, la loro voce l’unica spada contro quei guerrieri d’aria, ma non parevano vincere mai. Talvolta, dopo la preghiera prima della sera, sentiva alcune voci conosciute del villaggio pianger e lamentarsi fitte fitte, ma potevano star lamentandosi in vece di chiunque, poiché eran morti alcuni dopo una nottata di fango improvvisa. E poi, fratello Egge il Muto aveva tuonato tanto da parer lui stesso il cielo, che il Signore aveva tolto via l’arcobaleno dal Creato, come tutti potevano ben vedere, e che dunque il vecchio patto tra Lui e gli uomini era saltato, i peccati nel mondo eran divenuti talmente tanti che come una pustola ripiena di veleno ed altri scuri umori, gialli e maligni, avevano gonfiato e gonfiato la superficie terrestre, sfiorando pericolosamente i cieli, ed arrivato il tempo che s’esplodesse nell’Apocalisse. Tutti s’erano segnati, primo fra loro l’Abate, perché non si è mai certi se l’Apocalisse desideri giungere dopo un secondo o dopo mille e mille anni, ed è sempre giusto comportarsi di conseguenza. 


Quella notte, dopo Compieta, fratello Claus da Feuchtwangen aveva guardato dalla piccola feritoia del suo cubicolo la pioggia ed i fulmini. Continuo il doler di capo che a tutti aveva dato quella danza infernale di tuoni, e tanto il suo guardar quel paesaggio movimentato che si convinse di due faccende: che tutto quello era colpa del disegno maligno del Diavolo, il signore dell’aria, di cui uno non deve nemmeno pensar il nome, e che tutto questo era, in fine, colpa sua. E se questo lo rendeva il diavolo, o almeno, che il malvagio si fosse installato sul suo groppone, tra le spalle ed il collo, lambendo con la sua fetida lingua biforcuta i pensieri, era perché lo aveva scioccamente lasciato entrare con il suo peccato d’arroganza. E per un attimo pensò pure di correre fuori dalla stanza, e confessarsi in lacrime - che egli, in quella vita monacale, non entrava proprio, ed una prigione era divenuta per lui. Non sapeva come le sbarre gli eran sorte intorno in un distratto battito di ciglia. Aveva sì, creduto ciecamente che fosse la sua vocazione, che il Signore gli parlasse! Gli parlasse sì, nella sua lingua segreta e leggera, che trasudava da ogni petalo e nuvola, e nel suo cuore, seppur tenendo segreta questa gioia personale, aveva reso della sua inclinazione tesoro ed idolo, e pian piano, mentre lasciava passare il tempo con i suoi confratelli, lievitava in lui la vanità, l’arroganza! sì, proprio quella era stata la trappola, ed ora era chiaro, Egli non lo considerava affatto, o almeno, non più, e questo era invero terribile ed incomprensibile, proprio come quelle piogge, ed il peso dell’inafferrabile calcava tra le strade della sua mente, non trovando porta alcuna, premendo ogni parete, finché non avrebbe voluto strapparsi la carne per sfilare e tirar via quella domanda da sé e liberarsene con mano. 

Passeggiò intorno alla fredda stanza, che respirava umido, vivida e fresca nella notte gocciolante, le suole raccogliendo e spostando la polvere, facendola volteggiare leggermente. Com’era potuto essere così sciocco? Dio puniva lui, punendo il mondo, di cui era parte, ed immolarsi per esso? sarebbe stato un peccato, non sarebbe stato perdonato né lui, né il resto che era tormentato da quel cilicio celeste. Pensò che avrebbe dovuto rinunciare ai voti, ma il pensiero lo straziava, e si pensava codardo e malato, non vedeva né gioia né liberazione all’idea compiuta. Anche rimanere gli pareva codardia, e tutto si scioglieva e risolveva nell’idea del chieder perdono. Perdono! Fratello Claus da Feuchtwangen si portò l’ossuta mano al petto, stringendo la cara stoffa delle proprie vesti. Santa parola, perdono. Come può esserlo un monte la cui cima preziosa sfonda la cupola celeste e scompare, intinta nelle nuvole. Santa, invalicabile parola, inafferrabile come una chimera, rara come un uroboro, eppure fiorente e ovunque tra le creature del Signore, poiché anche un frutto copioso è gemma se donato dal Creatore alla terra tutta. Si segnò come protezione e come ringraziamento. Rari e giusti erano i doni del Signore, anche quando non si era degni di riceverli. Contemplarli poteva esser abbastanza. Appiattì le labbra in un moto di stizza. Era stato così certo, così sicuro, così..così…! Non era possibile che fosse stato solamente un inganno, una svista, che fosse stato un sogno tanto reale, sentir il vibrare di Dio dietro la parete della realtà. Era stato dunque il diavolo a metter lo zampino anche in quello? Impossibile, impossibile! La purezza non può esser gioco, non ci si può sbagliare. Quando l’esistere mormora può esser solo quello. Aveva parlato amore, amore aveva risposto, e la fiamma s’era spenta nella propria anima, i suoi occhi addormentati, vedendo l’alba un dovere, lo scriptorium un pesante sospiro del polso stanco, le foglie come disordine, l’usignolo come mal di mente. Per un soffio della sua vita, l’universo era giustamente divino, della sostanza stessa della vita eterna, ed il proprio cuore, pulsante con il moto delle stelle, straripante della luce di queste e dunque della luce del paradiso tutto, amore dunque, amore naturale, Dio senza dubbio alcuno! La risata, allora, saltava tra i suoi denti, ed il suo occhio brillava allegro - cosa mai aveva succhiato via il sangue dal cuor suo, lasciandolo nero e cavo? Così aveva dunque sussurrato il diavolo - che il Signore Iddio lo tenga lontano, per la misericordia della sua anima tormentata - al nodo della sua anima, sì debole, come ogni umano? Ah, ma se lo ricordava invero! Si ricordava bene quei pensieri, che s’incagliavano alle sue orecchie, facendovi nido. E lui avevano colpito, lui, nessun’altro nel monastero. Lui. Soffiò alla verità. 

“Perché il mio è un animo superbo, ed unico pensavo e giuravo d’esser benedetto con l’amore del mondo! Ah sciocco, sciocco, sapevi che non era così, ma hai voluto dimenticar d’esser pari alle altre creature, e hai scalato un podio fatto d’aria! fatto dal diavolo, che le illusioni di vento adora filare! demoni hanno trovato di certo il pertugio per infilarsi nella mia mente, ed un bello scherzo m’han fatto! Più degli altri pensavo d’essere, tanto solo e beato mi pensavo, e solo sono capitato, solo, solo e disgraziato! Cosa farò ora che gli occhi del Signore non m’avvolgono più?” gorgogliava, graffiandosi le gote con languore per ciò che era stato. E più passava il tempo a scorticarsi, più l’immagine di sé perduta gli pareva fulgida, dorata, che pareva una statua fatta da Mida, Apollo stesso, di scaglie auree fuse, ed ora si toccava le carni e si pareva improvvisamente freddo, e grigio come una salma seccata dal tempo. Si battè la fronte e si segnò. Aveva già tanto peccato e pure aggiungeva un altro sbaraglio alla lista, adorando idolo in sé. “Sciocco!”, si ammonì muovendo l’indice come se lui stesso fosse seduto sull’orlo del giaciglio davanti a sé. 

Un immenso dispiacere gli mosse il cuore, e si rattristò così tanto che il cielo da grigio divenne violetto, e mentre fratello Claus di Feuchtwangen si crogiolava nella propria malinconia, intrecciando le dita ossute, un tuono gli morse la testa, e lo fece sobbalzare dal giaciglio. Ed allora, prigioniero della tristezza sua che gli pareva nebbiosa ed insormontabile, e incatenato al martellare del cielo, scoppiò a piangere lacrime inconsolabili e la pioggia lo seguì, più forte e forte ancora, come frecce che atterrano sulle linee del nemico, cercando di annientare ogni cosa, con cattiveria inumana, sulla campana stanca, su i tetti che tentano di scrollarsi da dosso anche l’aria, lavando tutto ed ogni cosa, fino a che nulla non fu niente se non lindo per gli occhi del Signore, e fratello Claus già più non pensava a ciò che annegava nel suo cuore, ma sentiva il cervello suo chiuder ogni spiraglio e cadde addormentato. 


 



II

neve


Ebbe freddo tutta la notte, più del solito. Mentre i pensieri della sera precedente s’irrigidivano nel petto, lucidando la mente dietro alle palpebre, il suo corpo rabbrividiva d’un clima ben nuovo, che ancora dormiva con lui. Quando a Lodi batté le ciglia, la campana che suonava per i canti prima della messa gli parve strana, come se stracciasse l’aria in sottili ma vaste ferite, e improvvisamente capì. Il mondo era silente. Occupava pesante lo spazio, il silenzio, tagliente come il terrore. S’alzò di tutta fretta, l'aria schiaffeggiandogli le guance, facendole arrossire, il suo fiato divenne vivo, e visibile. Sulle punte dei piedi lanciò uno sguardo fuori dalla feritoia farinosa - bianco! Bianca la terra, bianco il cielo, bianca l’aria: scappò dalla stanza, preso da una febbrile frenesia, e bussò alla porta del confratello che dormiva nel cubicolo al suo fianco - “neve!” - annunziò - “neve! silenzio! neve! neve!” 

Dal dormitorio attraversò il chiostro per uscire, dall’infermeria si catapultò verso la portineria e corse fuori, tenendosi un poco un lembo della tonaca, il corpo suo tutto pareva voler sollevarsi e preso da vento, volar via. Attraversò i cancelli, e corse, tentando di abbandonare i pensieri allo stipite, il cielo ancora incerto tra  il lilla, il grigio, o una luce non vera. Neve! Tutto era muto. I suoi passi crocchiavano, facendolo tremare un poco. Uscì dalla portineria e corse dai gradini scivolosi verso la foresta, dove trovavano riparo le erbe medicinali e le streghe, che sanno come si disegnano le geometrie magiche. Quando superò tutto ciò che colui che viaggia vede a colpo d’occhio dall’esterno, e gli acuti degli alberi si facevano più bianchi ed affilati, si riposò. Il silenzio lo ubriacava. Fratello Claus da Feuchtwangen desiderava abbeverarsi da quella santa fonte. Ma il silenzio non appartiene al regno del Signore. Del resto, non creò Egli la vita tutta, vita che non significa altro che suono? E difatti, per un attimo, il mondo era fermo e morto nel silenzio, che s’espandeva in ogni luogo. La mattina fu una chiamata a messa leggera, ed ogni gelo che brillava tra foglie e legni tintinnò in mille voci d’angelo. L’alba gli danzò attorno, ma lui non se ne diede cura. Fu strano per lui, sentire i passi del mattino sulla neve, mentre portava con sé luce, dopo sì tanti giorni di grigio d’umido. Si segnò e ringraziò il Signore, pur non capendo. L’aveva perdonato? No, non era possibile. Non capiva affatto. Passeggiò lento sulla neve, il freddo stringendogli i ginocchi le nocche delle mani. Il bosco dormiva ancora, sussurrando candido il suo sonno dovuto. Bianco, manifesto, pallido come luce lunare s’apriva un lago silente - fermo come morte. Sentì i suoi occhi spalancarsi da soli, e s’avvicinò alla riva. Il nulla s’apriva ai suoi piedi, lattiginoso e solido per miracolo. Le sue dita indugiarono nell’aria, assaporandone la fredda sostanza. Inspirò l’odore pungente del mondo. Capì in silenzio, il mondo esisteva, ed esisteva il bello, ed esisteva l’amore, ed ogni cosa era bella se amata. Era semplice, e rovinare con parola avrebbe rotto quell’intuizione che già perdeva senso. Nei cespugli l’ombra bluastra delle bacche faceva capolino, ed il fischio rosso della volpe gli sfiorò la pupilla; il mondo viveva! I suoi occhi si staccarono dal lago freddo, per perdersi tra i tronchi di resina. L’apocalisse non era giunta. La pioggia non aveva cancellato l’universo conosciuto, ma lisciato e spazzato, per lasciare che venisse decorato da tutta quella fredda purezza - bloccato, non rinato, ma in attesa. In attesa! Non dannato ma sospeso nel limbo del freddo, come lui lo era in sé. 

Sfiorò un tronco, e gli grattò il palmo, destandolo dal suo compatimento. Disturbato dalla sensazione allontanò la mano, sfregandosela. Imbronciato per una ragione che gli sfuggiva costantemente camminò attorno ad un masso, si sedette, ma la sua forma troppo acuminata lo fece balzare sui piedi. Arrossì di rabbia. Qualche demone doveva rider con gioia delle sue disdette! Se il Signore non l’aveva perdonato - difatti il peso ancora mormorava nel petto - e solamente lasciato sospeso come un giullare sul filo prima del balzo finale, perché mostrargli quella pura dolcezza e poi gettarlo delle cose più rozze ed acute? La risposta gli pareva chiara, eppure non decifrabile, come la luce che nasconde le forme. Si mise il volto tra le mani. La punta del suo naso era fredda. Se la sfregò con veemenza, ma sentì la punta delle proprie dita raffreddarsi, ma quando se le mise sotto le ascelle, tutto il resto si congelò. Saltellò intorno, disturbato, e si fermò perché sentiva solo lui stesso nella foresta, e si vergognò un poco sotto all’occhio perenne del Signore. Voltandosi s’accorse che non era Iddio il solo a tenerlo sotto il proprio imperscrutabile sguardo 




III

picchio


Un picchio l’occhieggiava tra i rami, con tale insistenza che un brivido camminò tra i suoi peli, che nulla assomigliava al mangiucchiar del freddo e lo schiaffeggiar del ghiaccio. La forma affusolata e il picchiettare, il fiammeggiare del rosso tra il nero ed il ramo ed il bianco e la neve lo disturbava. Forse, sospettò, era il rumore a dargli noia, che tanto gli ricordava quello della pioggia che aveva gli animi di tutti e tutto angheriato, ma più sicuro, e cattivo, e persistente, come uno scherzo malvagio. D’istinto si portò le mani alle orecchie, e camminò via, a grandi passi, cercando d’allontanarsi da quello che suonava come un nefasto presagio. Quando finalmente credette d’aver seminato il malviso picchio, sospirò e tolse le mani dalle orecchie, inspirando l’aere solleticante mente e narici, fino a fargli tremar gli organi tutti. Chiuse gli occhi, ed udì un frullio, simile a quello dei ricordi che non demordono nel tormentar sogni, o a quello delle convinzioni d’animi duri a scordarsi. 

“Ma che, mi segui?”, sbottò, e corse dall’altra parte. In un batter di penne, l’uccello fu alle sue calcagna. 

Sgomento, corse a fatica sulla neve, inciampando su sé stesso e sulla bianca sostanza, finché girando e girando, non si trovò dall’altra parte del bosco. Scalò una collinetta coperta di freddo, rabbrividendo e sudato, ed il picchio inesorabile lo seguì, posandosi su un tronco non lontano, picchiettandone la corteccia. Gli pareva che il suo becco forte ed acuminato picchiasse sulla sua propria testa, mescolando ogni cosa al suo interno. “che vuoi?”, protestò. 

“Portarti noia”, rispose in un fischio il picchio.

“E perché mai?”

“Perché è ben facile”
Questo era vero, e fratello Claus da Feuchtwangen lo sapeva bene, se i demoni lo avevano angheriato, figuriamoci un picchio! Rovente sibilò “Lasciami stare!”

“No” svolazzò il volatile su un altro tronco, più vicino. “Un giorno ti porterò tanto fastidio che te ne andrai e rimarrò io al posto tuo, picchiettando”

“Tonto, sei picchio, tutti si accorgeranno che non sei frate”, rispose fratello Claus da Feuchtwangen. 

“Tonto sarai tu”, disse il picchio, e si scrollò le penne di dosso, facendole cader a terra. Quando si liberò di tutto il piumaggio, emerse un monaco, tale e quale a fratello Claus da Feuchtwangen, con il suo stesso naso, e la tonsura, e la veste, e le dita ossute. Spaventato il frate esclamò “Demone, sta lontano da me!”, e si segnò tremante. 

“Ma che dici”, rispose il picchio, “che demone! Son te! Sei tu forse un demone?”

“Non giocar con me”, si alterò fratello Claus da Feuchtwangen, “Io non son demone, ma tu lo sei”

“No, no”, rise il picchio, “non sono demone. Son te, ma quello che sei divenuto. Quello giusto, tu sei quello errato, vecchio, superato! Nemmeno il monaco sai fare. Per colpa tua tanto si è sofferto, con pioggia e tuoni, ma per fortuna ti si può sostituire!”

“Non che non si può!”, si corrucciò il frate, “Io son io, e tu sei tu. Anche se fallisco.”

“Certo che si può! Sennò perché sarei qua? Io posso essere frate e tu puoi essere picchio. Vedrai, starai molto meglio come picchio. Tutto il giorno sarai leggero e dovrai solo pensar ai vermi.”

“Ma non son picchio!”, esclamò il monaco.

“Ma puoi esserlo! E sarai felice. Non vuoi liberarti dal masso di non esser più tagliato per questo? T’osservato sai,” cinguettò il picchio, “da tempo ti seguo, e sono io che tanto a te tengo, che t’ho voluto ricordare, tra tutti eri il migliore, ed ora sei nulla! Ma ti offro la soluzione”, mosse le sue ali, in un vortice di illusione, appariva, bianco, nero, rosso, come la vita e la morte tutta, e affilato ed insistente, fino a sfinirlo. “Nemmeno riesci a carezzar gli alberi, tanto sei schifato dal tuo vivere! Ah! Ahahaha!”, gli puntò le dita ossute contro, il suo gemello uccello, ridendo con la bocca spalancata, demone e maschera, “vuoi tornar quello che più non sei, e ti dico, diventa tutt’altro! Cambia e sarai te stesso nuovamente! Uno per uno, equo come la bilancia della giustizia”

“No”, scosse la testa fratello Claus da Feuchtwangen, “Iddio m’ha fatto frate e frate rimango. Esser picchio sarebbe un torto a lui. E tu qua vuoi solo trascinarmi nel male, e difatti sei alato, e potestà su ogni cosa sottile ha il Maligno, principe dell’aria! Suo figlio, tu menti su ogni cosa!”

“Ma no! Ma no! Hai solo paura che io abbia ragione”, saltellò il picchio, reclinando la testa con la tonsura, nel suo modo da volatile. “A chi importa? A chi importa? Pensi forse che al Signore, che ha universi da tenere a bada, importi di te? Pensi che ancora sia nel core tuo? Ma se tu stesso te lo sei scordato! Ma se odi le sue creature!”

“Non sai di che parli!”, strillò il frate “certo che è nel mio cuore. Anche se non riesco a raggiungerlo e come un infante mi muovo sulla terra, mica scappa via! Ed io non scappo di certo”, ma sospirò con pesantezza, perché sì già sentiva il vento lambirgli i polpastrelli, sibilando malvagità, e scappar via il mondo come un lenzuolo tirato con fretta. Sì, lui odiava tutto, perché odiava tutto? Perché tutto odiava lui, e nemico mostrava i denti, o forse era lui a farlo, ah che fare, che fare! Tutto non lo accoglieva perché lui aveva peccato d’arroganza e orgoglio, era quello, era quello! E pensare che aveva pensato d’esser nato per amare, ed il contrario che ora era lo confondeva o gli dava vertigine. Perdono, perdono pensava, graffiandosi le palme. 

“Ti conviene diventar picchio” disse l’altro, imitandone i gesti, e prendendogli pian piano il colore degli occhi. “Tanto lo sappiam tutti e due che io sarei meglio. Tu! Tu non sai niente di Dio in ogni caso. Già sollevi gli occhi in sù-”, e fratello Claus da Feuchtwangen li abbassò immediatamente, mentre cercava disperato un segno tra le viscere delle nubi che potesse salvarlo, come un pagano, come un disperato, “come se ti volesse bene, come se fosse buono, ma tutti sanno, Egli è cattivo, cattivo! Pensi che avrebbe mandato un picchio al posto tuo, per cancellarti, dimenticarti, e mai più perdonarti! Hai peccato di superbia, e lo farai ancora ed ancora!”, il frate strinse le mani ossute tra loro, fredde ed umide, tremanti come un fiore esposto al vento. Ogni parola mordeva il suo animo, tanto che le sue lacrime iniziavano a scaldargli le narici e le gote.

Ma il picchio continuava, muovendo le sue dita, le sue ali oramai tonaca, “Ti ricordi i pianti per i morti, per il fango, per la pioggia? Tua colpa! Tua! Caino! Tu hai peccato! Ascoltami invece, diventa picchio, vola via, e di tutto il peso della tua anima mai più dovrai preoccuparti. è questo il tuo perdono, e te lo dona l’aria. Basta prender il volo, ed il cuore tuo si riempirà di nubi e di brezza fino a spazzar via ogni cosa, e colmarlo di pace. Non riesci più ad amare, ma da picchio, da picchio lo saprai fare. Sarai il migliore tra i picchi, come volevi esserlo tra i frati, ed io sarò il migliore tra i frati, e così sarai entrambi, e sarai uno.”
Il frate fece un passo in avanti, poi uno indietro, indeciso. Uno in avanti, uno indietro. Le sue mani ossute e graffiate strette tra loro in ansia. Dentro di lui scoppiettava il pianto, rotolandosi tra pentimento, speranza, disperazione e rabbia. 

“Demone!” esclamò fratello Claus da Feuchtwangen, “ti diverti a masticar menzogne? Empio, maledetto! Non è così affatto! Cattivo? Cattivo? Iddio è, giusto e naturale, tutto è Egli, ed in tutto. L’universo s’inghiotte e ri-sputa..”, alzò le bracia al cielo, mostrando al picchio la cupola celeste, “..ed i terremoti rabbrividiscono la terra, e l’ape assaggia i fiori, e se lei è creatura ed essere, perché io sarei scordato? Tu giochi su di me, diavolo, come un cantastoria gioca su i fanciulli. Macchiato dall’originale peccato, incapace di comprendere l’incomprensibile d’Iddio, tu credi di ingannarmi, di sussurrarmi questo tuo inganno ben tessuto, che gonfia il mio dispiacere. Ma io so che il cuore di Iddio è divino, fatto di universo purissimo! Come posso io giudicar il Suo fare, se Lui fa ed io son strumento del suo fare e fare stesso? Se per Lui è bene quel che alla mia anima persa par male, bene sarà anche per me. E se per Lui bene è scorticar il mio cuore, dunque è giusto e buono, ed io avrò il mio cor scorticato per Lui. Ma non fuggirò da me. Iddio creò il peccato perché scoprissimo cosa invece per Lui è bene. E scappar via dal mio fare, negar Dio tutto, e scappar dall’universo per godere di piume sconosciute, quello mi par il più grande peccato. 

“Quante adoranti parole per qualcuno che nemmeno t’aiuta! Ah! Ahahaah!”, rise il picchio puntandogli il dito contro.

Fratello Claus da Feuchtwangen si fermò, e quasi sorrise un poco. Una strana leggerezza gli gonfiò il petto. “Certo che m’aiuta. Guarda! Te m’ha mandato!”

Il picchio lo guardò, e gli parve uno specchio. Reclinò la testa, in una domanda quieta. “Quindi sarai picchio?”

“No”, scosse la testa il frate, “Mai. Iddio, sotto tua guisa da spirito, m’ha mostrato la strada”

“Ti mostra di diventar picchio!”, protestò l’altro, avvicinandosi un poco, stringendo le dita ossute copiate da fratello Claus da Feuchtwangen. 

“Ah, prima dici che m’ha scordato ed ora mi fa quest’offerta allettante? Ma io son poco più d’un frate fra mille, chissà a quanti altri farebbe sì comodo! E invece cerca me, che dicevi, aveva scordato! No, son frate e rimango frate, anche se da frate da nulla e tutto faccio errato. Non rinuncerò a me stesso per liberarmi dei pesi con i quali Iddio pensò fosse saggio graziarmi. Guarda, guarda picchio, ecco la soluzione, se son nulla e di me s’è scordato, allora da nulla è più facile amore, e di tutto ciò che vale poco e niente son fratello! Ora, suvvia, va via”, e l’aria parve più fredda, e la foresta più chiara. 

“No!”, urlò allora il picchio, metà uomo, metà uccello, e gli saltò addosso, cercando di graffiargli gli occhi e rubarli con tutta la loro anima, scorticandogli le guance “non puoi farmi andar via! Io son te! Io son te! Scomparirai e nulla rimarrà, se non io!”

Fratello Claus da Feuchtwangen urlò impaurito, e tentò di toglierlo via, ma quello si sedeva sul suo petto, mescolandosi con lui, rubandogli la paura. Ed allora, lasciò che la neve gli stringesse le carni e s’infilasse sotto al saio, per sentir l’umido un’ultima volta, e che gli aghi di pino fossero affilati sotto alla sua nuca, e che Dio fosse ovunque, e fosse vero, e inspirò a lungo ed espirò, e poi disse con calma, “Certo che posso farti andar via.” Con una mano, raccolse la neve e colpì il picchio sul volto, facendolo fermare e cinguettar confuso. Ed allora fratello Claus da Feuchtwangen scivolò via tra le gambe del suo doppione e lo colpì con nuova neve. Il picchio lo guardò stranito, perse il volto, e ritornò pennuto. 

Il frate spalancò gli occhi e scoppiò a ridere. Tutto gli parve così semplice e sciocco, ed anche il picchio gli parve così vapido e stupido, dopo avergli messo tanta paura e tanta tristezza. Come pensava di prender il posto di qualcuno nato per sbagliare, come tutti lo sono, quando una canzonatura era bastata per farlo fuggire dopo aver sussurrato tanto alla sua mente! Ah, pensò, era facile tormentare un disperato. E rise sonoramente guardando il picchio volar via contrariato. Ormai poco gli importava. 




IV

stagioni


Guardò l’orizzonte e s’accorse, si vedevano le montagne. Come carcasse antiche scalavano l’universo, inermi, immerse nella luce più chiara e nebbiosa, come la verità. Tra loro le nuvole navigavano pacifiche, ed il suo animo si raccolse con loro, salpando un attimo, in un’intuizione, sereno d’euforia. Tutto era in un confuso ordine, e lui si trovava incastonato nel mosaico movente del cosmo tutto. 

Ed improvviso, i suoi occhi si colmarono di lacrime tante, e singhiozzò gioioso. Stretto e retto dal mondo, era felice. Nessun comodo letto poteva esser cosa più cara di quella collina nevosa. Alzò gli occhi alle distese lucenti di terra e di cielo, e la vita fluì in lui come un sospiro d’Universo. 

Si sedette su un masso, non se ne diede cura quando la mano raschiò su un tronco a cui reggersi. Davanti a tutto e nel tutto e tutto, cullato da ogni cosa del Signore e dal Signore. Il mondo era semplice, e lui lo era altrettanto. 

Quella, si disse, era la verità tutta, trionfante, gloriosa, luce perfetta del linguaggio della gioia. E vide la verità del freddo che s’infilava ovunque e nel picchiettio d’un picchio che già più non udiva. Umile, e cara verità, che nuda, nulla ha da offrire se non sé stessa. 

E dopo aver vagabondato nel bosco e riso con tutte le creature del Signore, e dopo aver riso del fatto che lui era ancora fratello di tutte le cose, fratello Claus da Feuchtwangen tornò al monastero fradicio e infreddolito, salutò tutti che eran stati molto in pensiero per lui con un “Gruß Gott!” e due baci sulle guance. Rimase malato per ben tre giorni e non partecipò a nessun coro, e leggero d’amore vivette per molte stagioni. 


(su qualcosa che avevo perso ma ho ritrovato sotto ad una piuma - la prima era sulla morte, la seconda fiaba, è sulla vita)








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